Visualizzazione post con etichetta Democrazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Democrazia. Mostra tutti i post

venerdì, marzo 11, 2011

CONTRO IL TIRANNO MASSACRATORE DEL SUO POPOLO

Se il mondo occidentale e democratico non dovesse agire subito e con forza per ristabilire almeno una certa equità sul piano delle armi, si rischierà di ‘riconsegnare’ la Libia a Gheddafi con gravissime ed evidenti conseguenze, peraltro già annunciate dal figlio Saif al Islam, sul piano umanitario e della sicurezza dell’intera area.

Le conseguenze saranno di una gravità inaudite maggiormente per l’Europa tra cui per prima l’Italia per la sua vicinanza geografica. Il tiranno preannuncia massacri di tutti gli oppositori, cioè in pratica del suo popolo ‘contro’ cui ‘vorrà’ continuare a ‘governare’ nonostante non ne abbia più la legittimità e quindi il consenso. Questo provocherà la ‘fuga’ in massa dal Paese, dalla repressione e dalla morte certa, generando una emigrazione questa si biblica verso di noi per asilo politico.

Se a questo si aggiunge che Gheddafi non si opporrà più né alla normale emigrazione né a quella terroristica di Al-Qaeda che dovessero transitare per la Libia, il quadro si aggraverà. Inoltre chiuderà tutti i rapporti di affari con le Compagnie Europee a favore di altri (es. cinesi e indiane). L’Italia né avrà un danno maggiore perché ne era il maggior partner.

Insomma una bella gatta da pelare, una questione che se non affrontata in modo deciso oggi, domani diventerà una nuova Afghanistan mediterranea di cui l’Europa e per prima l’Italia dovranno per forza occuparsene direttamente con altissimi costi umani ed economici come l’esperienza tuttora in corso insegna.

Soltanto la fine del regime di Gheddafi può ora scongiurare tutto questo. Ciò potrà portare la Libia alla democrazia ed alla stabilità dell’area con beneficio per tutti.

Al momento Gheddafi, anche se non dispone della superiorità numerica, appannaggio degli insorti, dispone però quella delle armi. Ha una aviazione ed armi pesanti che gli insorti non hanno. Egli, grazie a ingenti possibilità finanziarie (nonostante il blocco di tutti gli assets) dispone di numerosi mercenari africani professionali che usa per massacrare il suo popolo. Molti dell’esercito libico o è passato dalla parte degli insorti oppure uccisi perché rifiutavano di uccidere i propri fratelli.

Un tiranno così, se dovesse riconquistare malauguratamente il potere, non potrà che continuare a governare con il terrore e con il sangue del suo Popolo. Il peggio del peggio delle dittature più sanguinarie.

Ecco perché l’USA, l’Europa dovranno fare di tutto ed agire subito prima che sia troppo tardi. La Francia dimostra di avere capito la posta in gioco: si fa leader di questo processo, riconosce il governo provvisorio e promette di intervenire direttamente se l’ONU dovesse fallire con la NO FLY ZONE. Domani ne raccoglierà i frutti.

Gli USA invece continuano a dilungarsi nelle elaborazioni sul come intervenire, mentre l’Italia è perfino contraria all’intervento e non attivamente impegnata perché occupata su ben altre questioni interne che riguardano esclusivamente il presidente del consiglio Berlusconi, grande ex-amico di Gheddafi a cui ha baciato la mano poco tempo fa, non dimentichiamolo mai, ne oggi, ne domani qualunque sarà l’esito in Libia.
Raffaele B.

lunedì, febbraio 21, 2011

BERLUSCONI E L’AMICO TIRANNO GHEDDAFI

Mentre bruciano i palazzi del potere a Tripoli, Gheddafi scappa e il suo degno figlio minaccia con mezza bocca l’annientamento dei ‘ribelli’ per mezzo di mercenari africani e con l’altra mezza bocca la disponibilità a discutere di costituzione e riforme, quanto di meno credibile ci sia. Il ministro Frattini, unico fra i ministri dell’EU, dichiara che la UE non debba interferire. Clamoroso, ieri Gheddafi uccide. Berlusconi non lo disturba, due giorni fa Berlusconi: Gheddafi? Non lo disturbo.

Oggi La Libia affonda Piazza Affari. Cadono Eni, UniCredit e i titoli dei costruttori. Su petrolio, oro ed euro. Tutto questo la dice lunga su quanto sta accadendo e sul livello di “smarrimento” in cui versa il Governo Italiano di Berlusconi, ormai sulle TV e giornali di tutto il mondo come l’amico preferito del tiranno Gheddafi. Il video più sfruttato è il suo devoto baciamano, vedi Quando Berlusconi baciò la mano a Gheddafi (Video). La rivolta travolge la Libia e sul web rimbalza la scena del 27 marzo 2010 al vertice della Lega Araba a Sirte, quando il premier italiano, abbracciato al colonnello, chinò il capo per baciargli la mano come fanno i mafiosi (Sic).

Sono più che amici, sono partners in mega affari (vedi Eni, Unicredit e titoli dei costruttori) e si suppone nemmeno tanto puliti fatti alle spalle dei popoli libico e italiano medesimo. Il nostro Parlamento non fu mai informato.

Il colonnello per Berlusconi era ed è un modello da emulare, avrebbe voluto essere uguale a lui per il suo potere senza limiti e controlli e per il suo harem elevato a guardie del corpo (foto), questa cosa l’aveva fatto sognare senza dubbio più di ogni altra cosa. Il famoso bunga bunga l’avrebbe appreso proprio da Gheddafi in Questo è l’uomo dal quale abbiamo importato il bunga bunga.

Insomma il cavaliere e con lui, il suo governo e la sua maggioranza si stanno giocando in questi giorni non solo la loro immagine ma tutti i cosiddetti affari tra petrolio e immigranti che stanno provocando sconquassi, vista la mole dei contratti che abbiamo stipulato con questo regime sanguinario. E continuano a perseverare nel pallone, smarcandosi negativamente dagli altri partners europei che invece hanno preso posizione contro le stragi e favorevole al popolo libico che chiede democrazia. In questo modo quali chances avrà l’Italia con la nuova Libia? Nessuna!

Proprio in questo momento si apprende di raid aerei contro i manifestanti di una ferocia inimmaginabile mentre il dittatore sarebbe fuggito in Venezuela. È evidente che ha perso su tutti i fronti ma vuole lo stesso infliggere un inutile spargimento di sangue del suo stesso Popolo che lo iscriverà indelebilmente nella propria storia come il peggiore dei tiranni in assoluto.
Raffaele B.

giovedì, febbraio 17, 2011

IL GOVERNO SENZA ETICA PUBBLICA

L’insistenza con il quale il Governo e la Maggioranza batte sui ‘numeri’ che hanno in Parlamento per giustificare la loro ‘legittimità’ a governare con questo Presidente del Consiglio alle prese con quattro processi, tre dei quali per ‘fondi neri’ ed ‘evasione fiscale’ ed ultimo per ‘concussione’ e ‘prostituzione minorile’, la dice lunga sul grado di etica pubblica di cui sono dotati e con essi anche parte del loro elettorato che lo sostiene.

In nessun altro paese democratico un Primo Ministro sarebbe rimasto al suo posto un minuto in più senza essere sostituito con un’altra persona del suo partito o coalizione alla guida del Governo.

Le accuse mosse dalla Magistratura, suffragate da molti elementi, valutate consistenti, sono molto gravi ed infamanti per qualunque persona o cittadino comune. Per un politico invece, in particolare, per un governante, esempio per il Presidente del Consiglio, sono anche ‘contro-producenti’ per la sua funzione pubblica come legislatore, specie in questo caso se si tratta proprio di fiscalità e di famiglia, per dirne qualcuna.

Possibile che la maggioranza non abbia un’altra persona a cui passare l’incarico? Perché si esclude a priori che il Capo del Governo possa essere sostituito? La giustificazione adottata qui è che la persona sia stata eletta dal popolo e pertanto non lo si può sostituire senza nuove elezioni e senza violare le regole della democrazia. Questa posizione consente di ‘gridare’ al complotto dei ‘giudici rossi’ che tentano così di ‘rovesciare’ il responso elettorale.

Per la parte giudiziaria poi, s’insiste nel dire che le ‘accuse’ devono essere ‘provate’ che ci deve essere una sentenza definitiva fino al terzo grado di giudizio prima della condanna e che fino ad allora c’è la presunzione d’innocenza.

Ora nel primo caso, l’accusa di complotto è ‘totalmente strumentale’ e ‘fuori luogo’ perché nel nostro ordinamento il Capo del Governo non è eletto direttamente dal Popolo, ma dal Parlamento e può essere quindi sostituito dalla sua stessa maggioranza nel medesimo Parlamento. Quindi nessun capovolgimento del voto popolare. Insistere pertanto sull’accusa di complotto è un evidente ‘strappo’ alla Costituzione inaccettabile per una democrazia.

Nel secondo caso giudiziario, certamente le ‘accuse’ devono essere ‘provate’ ma queste vanno appunto provate nei processi con i suoi tempi processuali. Tutto questo però spetta alla Magistratura nel nostro ordinamento costituzionale ed in tutti i paesi democratici in cui vige il principio dell’indipendenza dei poteri.

Nel frattempo, se il Capo del Governo non si ‘dimette’ e se questi anzi ‘reclama’ a gran voce tutte le intenzioni a ‘sottrarsi’ ai processi giudiziari con trucchi legislativi e burocratici di ogni genere, si avrà un ‘anomalo’ periodo di ‘scontri istituzionali’ tra Governo e Magistratura da un lato e dall’altra, per tutto quel tempo resterà il ‘grave dubbio d’innocenza’ di essere governati da siffatta persona. Senza considerare poi l’immagine nel mondo dell’Italia fortemente compromessa dal bunga bunga e da altre vicende.

Tutto questo avviene nel momento in cui il Paese attraversa una fase economica e sociale difficilissima per le quali serve un Governo dotato della massima autorevolezza ed a tempo pieno per i problemi della gente e per il bene dell’Italia nel suo complesso.

Se la maggioranza non è in grado di sostituire l’uomo, allora faccia la ‘crisi ‘ per patriottismo almeno, per il bene del Paese. Rassegni le dimissioni dell’intero Governo nelle mani del Presidente della Repubblica il quale provvederà secondo la Costituzione a dare un altro governo all’Italia, anche con nuove elezioni, se necessario.

Al di fuori di questo quadro non vi può essere alcuna soluzione ma solo aggravamento dei problemi già gravi ed ultimo, ma non meno grave, ulteriore deterioramento dell’immagine dell’Italia del bunga bunga nel Mondo.

È questo ciò che vogliono la Maggioranza, la Lega Nord e tutti coloro che si affannano pateticamente a fare la difesa d’ufficio del Presidente?

Non sarebbe meglio chiuderla qui e disgiungere il destino del singolo con il resto del Paese?
Io penso di si.
Raffaele B.

domenica, giugno 13, 2010

IL GOVERNO E LA FARSA DELLE PENSIONI IN ITALIA

Basta andare a rivedersi un video del Cavaliere dello scorso anno per ‘capire’ come intendono lui e il suo Governo la questione della parità tra uomini e donne, e cioè al contrario! Le donne sarebbero, secondo questa brillante ‘logica’, discriminate rispetto agli uomini perché vanno in pensione prima!

blasterfox2000 — 27 gennaio 2009
La faccia tosta di Berlusconi
Certo, ora lo richiede l’Europa altrimenti multe salate per l’Italia. Ma l’Europa chiede la fine della disparità fra i generi e questa disparità non può riguardare solo l’età di pensionamento delle donne (unico vantaggio) ma di tutti gli altri numerosi trattamenti normativi e salariali (di svantaggio) cui esse soffrono rispetto agli uomini. Inoltre le donne ‘sopportano’ la maggior parte del carico di assistenza sociale all’interno delle famiglie cui lo Stato si ‘sottrae’ risparmiando molti milioni di euro annualmente.

Ma di questo, il Governo non si fa né ‘carico’ né ‘portavoce’ e invece addossa all’Europa tutta la colpa dell’innalzamento della pensione delle donne a 65 anni, per ora del pubblico impiego, ma questo farà certamente da battistrada anche nel settore privato. Con questa mossa il Governo ‘rimuove’ l’unico vantaggio di cui le donne godevano. Una profonda ingiustizia perché se si doveva equiparare si doveva farlo su tutte le questioni! Se no che equiparazione è?

IDVstaff — 07 giugno 2010 — http://www.italiadeivalori.it/
Donne in pensione a 65 anni - Belisario (Idv): "Serve parì dignità"
(video rimosso)
Inoltre si fa un gran parlare di contenere i costi delle pensioni in Italia che ‘gravano’ pesantemente sul sistema produttivo e sulla spesa pubblica, ma si ‘nasconde’ volentieri il fatto che la maggior parte delle pensioni erogate sono di ‘fame’, non degne di un Paese civile.

Dai dati ISTAT 2008 e dal Corriere della sera esse sono il 45,9% sotto le €500 mensili, il 26% tra €500 e €1000 mensili, 13,4% tra €1000 e €1500. Solo il restante 14,7% del totale ha importi mensili superiori a €1.500. Se questa condizione permarrà ancora per i prossimi 10-15 anni il Paese sprofonderà a un livello paragonabile al terzo mondo. Scomparirà la classe media e vi saranno milioni di poveri ridotti alla fame che lo Stato e la Nazione intera non saranno in grado di provvedere.

Purtroppo è un tragico e verosimile futuro per tutti noi e per i nostri figli se non si dovesse cominciare già da oggi (anzi da ieri) ad affrontare con una seria e sana politica economica di ‘crescita’ di ‘equità’ e di ‘giustizia sociale’ cui non sembra essere priorità di questo Governo. Infatti esso si occupa, adesso apertamente, solo ed esclusivamente di ‘proteggersi’ dalla Giustizia e ora perfino dalla Stampa con la ‘legge bavaglio’ sulle intercettazioni dagli ormai numerosi casi di corruzione in cui è coinvolto, equiparandosi alle peggiori dittature asiatiche.

Che sia un ‘disperato’ espediente per ‘depistare’ l’informazione dalla tragica situazione economica ancora ben più grave dal punto di vista della perdita dei consensi? Se così fosse il Governo (dominato da Berlusconi) è alla frutta e con questa legge non farà altro che toccare il fondo ed accelerare così la sua fine ingloriosa!
Raffaele B.

ILSOLE24ORE
Dipendenti pubbliche in pensione a 65 anni dal 2012
di Claudio Tucci
10 giugno 2010

Via libera all'equiparazione dell'età delle pensioni di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego. Dopo una sentenza di condanna nei confronti dell'Italia e vari solleciti arrivati da Bruxelles, il Consiglio dei ministri ha approvato l'accelerazione della crescita dell'età pensionabile delle dipendenti pubbliche, adeguandosi così ai richiami dell'Europa.

Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha annunciato che l'innalzamento avverrà con uno "scalone unico" a partire dal 2012, senza "fasi intermedie", ma ha assicurato che l'emendamento che sarà inserito nella manovra terrà conto «del diritto delle donne maturato fino al 31 dicembre 2011».

Al livello finale dei 65 anni si arriverà, quindi, a partire dal 2012 e non più dal 2018, come attualmente previsto. Questo significa, pertanto, che dal prossimo 1° gennaio 2012 le dipendenti pubbliche andranno in pensione a 65 anni, esattamente come i colleghi uomini.

La disposizione sarà introdotta attraverso un emendamento alla manovra e i risparmi di spesa così prodotti, stimati, nella fase transitoria 2012-2019 in 1,4 miliardi, confluiranno, fra l'altro, in un apposito Fondo vincolato per iniziative e «azioni positive a favore della famiglia e delle donne», così come richiesto dal ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna.

Sacconi ha poi stimanto la platea delle interessate al provvedimento in circa 25mila unità da qui al 2019 e ricordato che, attualmente, «l'età di pensionamento media di fatto é di 62,36 anni nel pubblico impiego tra le donne che restano, dunque, oltre i 60 anni». Il ministro ha poi specificato che sarebbe stato impossibile, per raggiungere l'equiparazione tra uomini e donne abbassare l'età degli uomini perché non lo avrebbero consentito "i mercati".

Dal canto suo, il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta ha confermato che l'emendamento non servirà a far cassa e che, anzi, tutti i risparmi in arrivo con questo provvedimento saranno collocati per le funzioni sociali: e precisamente, «asili nido, politiche di conciliazione e non autosufficienza».

REPUBBLICA
ISTAT
Pensioni, il 72% non supera i 1000 euro.
Nel 2008 spesa previdenziale +3,5% sul 2007
Quasi un assegno mensile su due non supera i 550 euro. Le donne percepiscono in media il 30% in meno. Ci sono 70 pensionati per ogni 100 occupati, un quarto di loro ha un'età compresa tra i 40 e i 64 anni
11 giugno 2010

ROMA - Il 71,9% delle pensioni nel 2008 non ha superato i 1.000 euro mensili. E' quanto emerge dal rapporto su 'trattamenti pensionistici e beneficiari' elaborato dall'Istat in collaborazione con l'Inps. Il 45,9% delle pensioni ha, infatti, importi mensili inferiori a 500 euro, e il 26% ha importi mensili compresi tra 500 e mille euro. L'importo complessivo annuo delle prestazioni pensionistiche previdenziali e assistenziali erogate in Italia (l'anno di riferimento è sempre il 2008) è di 241.109 milioni, pari al 15,38% del Prodotto Interno Lordo. La spesa complessiva è aumentata del 3,5% rispetto al 2007.

70 pensionati ogni 100 occupati. In Italia i pensionati erano 70 ogni 100 occupati nel 2008, rileva l'Istat, precisando che il carico relativo è maggiore nel Mezzogiorno - dove il rapporto è di 79 pensionati ogni 100 occupati - mentre presenta il valore più contenuto nelle regioni settentrionali, dove il rapporto di dipendenza è di 65 a 100. A livello nazionale, tra il 2001 e il 2006 il rapporto di dipendenza è diminuito, passando da 74 a 70 pensionati ogni 100 occupati per poi mantenersi costante nei successivi due anni.

Le pensioni degli uomini sono più alte. Guardando ai pensionati, rileva sempre l'Istat, nel 2008 il numero dei titolari di prestazioni pensionistiche è di quasi 16,8 milioni, dato pressoché invariato rispetto al 2007 (+0,04%), con un numero di pensioni procapite pari a 1,4. Sebbene la quota di donne sia pari
al 53%, gli uomini percepiscono il 56% dei redditi pensionistici, le donne vanno però in pensione con un assegno molto inferiore rispetto a quello dei colleghi uomini: 17.137 euro contro 11.906, cioè il 30,5% in meno.

Oltre un quarto dei pensionati tra i 40 e i 64 anni. Il 69,9% dei pensionati ha più di 64 anni mentre il 26,6% ha un'età compresa tra 40 e 64 anni e il 3,7% ha meno di 40 anni. Se si analizzano i dati distinti per tipologia di prestazione, emerge che il maggior peso relativo dei pensionati con età inferiore a 40 anni si osserva tra i beneficiari di pensioni di invalidità civile (15,3%), così come tra i titolari di pensioni di guerra si registra, in termini relativi, la quota più elevata di persone con 80 anni e oltre (62,2%).

Quasi un pensionato su due vive con meno di 550 euro. Il 45,9% dei pensionati vive con meno di 550 euro al mese, cioè quasi uno su due. Mentre un altro 26% non raggiunge i mille euro che sommato al primo gruppo arriva a 71,9%. Un ulteriore 13,4 per cento di pensioni vigenti al 31 dicembre 2008 presenta importi compresi tra 1.000 e 1.500 euro mensili e il restante 14,7% del totale ha importi mensili superiori a 1.500 euro.

CORRIERE DELLA SERA
I DATI DI ISTAT E INPS. IL 30% DI QUANTI RICEVONO UN ASSEGNO HA MENO DI 64 ANNI
In Italia è povero un pensionato su due
In otto milioni ricevono un assegno di meno di 1000 euro al mese, ma il 21% del totale è anche sotto i 500
11 giugno 2010

ROMA - Sono oltre 8 milioni i pensionati che ricevono un assegno da poveri, che consente cioè una spesa inferiore a 1.000 euro al mese. Vale a dire quasi la metà dei 16,8 milioni di pensionati totali che si contano in Italia. Secondo le statistiche dell'Istat infatti, circa 3,6 milioni di lavoratori a riposo (pari al 21,4% del totale) percepiscono una o più prestazioni pensionistiche per un importo complessivo inferiore a 500 euro al mese ed altri 4,7 milioni (il 27,7% del totale) ricevono assegni compresi tra i 500 e i 1.000 euro. Considerando che la soglia di povertà relativa al di sotto della quale l'Istat considera l'individuo povero è quella di una spesa procapite di 999,67 euro al mese (in una famiglia di due componenti), si può dedurre che, se la pensione rappresenta l'unica entrata, i pensionati poveri sono circa 8,3 milioni.

PENSIONATI GIOVANI - Quanto all'età di coloro che sono fuori dal ciclo produttivo e ricevono un assegno dallo stato, emerge che oltre il 30% (il 30,3%) ha meno di 64 anni. L'Istat precisa inoltre che a fine 2008 il 69,9% dei beneficiari dei trattamenti pensionistici risultava avere più di 64 anni, mentre il 26,6% aveva un'età compresa tra i 40 e i 64 anni e il 3,7% ha meno di 40 anni.

«I PIU' POVERI D'EUROPA» - «I dati diffusi oggi dall'Istat dimostrano chiaramente come i pensionati italiani siano i più poveri d'Europa - ha sottolineato il presidente del Codacons, Carlo Rienzi -. Non solo gli importi percepiti da quasi la metà dei pensionati rappresentano una miseria, e non consentono una vita dignitosa, ma addirittura sulle pensioni italiane grava una pressione fiscale ben più alta rispetto a quella di altri paesi europei». Ma il Codacons ricorda che in Italia, a parità di imponibile, l'importo di una pensione al netto delle tasse «è inferiore del 15% rispetto a Francia, Spagna e Germania, paesi dove non esiste tassazione sulle pensioni, mentre in Gran Bretagna la pressione fiscale è minima e di circa l'1,6%». «Possiamo affermare senza dubbio che la metà dei pensionati italiani vive in condizioni di povertà- prosegue Rienzi - un dato che rappresenta una vergogna in un Paese civile come l'Italia».

giovedì, aprile 22, 2010

PROCESSO MILLS - BERLUSCONI CORRUTTORE

Striscia Rossa dell'Unità di oggi (fonte bene informata sebbene di parte) riporta che Berlusconi stesso aveva giurato così: "Giuro da Presidente del Consiglio che vado a casa un minuto dopo ed esco dalla politica se dovesse venire fuori un documento di versamento, una dimostrazione di una donazione di 600 mila dollari a questo signor Mills." Silvio Berlusconi, 12 marzo 2006.
.
Ora è provato con la sentenza no.15208 delle sezioni unite penali della Cassazione, la sede più alta della giustizia italiana e ancora prima dal Tribunale e dalla Corte D’appello che Mills fu effettivamente ‘corrotto’ dal Presidente del Consiglio Berlusconi per $ 600.000 affinché ‘tacesse’ (come poi fece) sulle transazioni illegali ed evasioni fiscali off-shore che permise al Cavaliere di mantenere le sue proprietà e gli ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero e la destinazione di una parte degli stessi ai suoi figli Marina e Piersilvio.

Minzolini prendi esempio da sky tg 24!!!!
markfer25 — 21 aprile 2010

La Cassazione non assolse Mills ma annullò la condanna di appello a 4 anni e 6 mesi solo per intervenuta ‘prescrizione’ perché si fece valere una data più antecedente la consumazione del reato. Insomma il reato di corruzione c’è stato ma è scaduto per legge la cui prescrizione era stata accorciata proprio dal governo di Berlusconi ovvero del corruttore medesimo!

Nel TG1 di Minzolini del 25 febbraio scorso era stata data la notizia di ‘assoluzione’ anziché ‘prescrizione’ distorcendo ad arte la verità come è tipico di un vassallo quale è lui ed è per questo che è stato messo alla guida del notiziario pubblico più diffuso d’Italia.

È proprio qui che avviene il corto circuito perché Berlusconi ‘controlla’ i media principali e più diffusi sia direttamente come proprietario di Mediaset che come governo sulla RAI. Inoltre come padrone di Publitalia ‘controlla’ molti altri e giornali attraverso la distribuzione della pubblicità.

In Italia è rimasto poco fuori dal suo controllo: il TG3, qualche testata di giornale e qualche TV locale con scarso seguito. Si può dire che siamo alla ‘quasi’ dittatura mediatica. In queste condizioni arriva l’informazione manipolata oppure non arriva affatto.

Ed è forse anche per questo che nessuno si ‘scandalizza’ di questa notizia. In altri paesi democratici avanzati avrebbe fatto scalpore e indotto il Capo del Governo alle dimissioni immediate. Qui invece non accade! Tutto resta come prima, come se non fosse mai accaduto.

Non esiste più nemmeno chi s’indigna per un Capo di Governo che corrompe per evadere il fisco e per arricchirsi illecitamente. Tutte cose che un Governo serio deve ‘impedire’ ai suoi cittadini.

Se c’è una cosa che ‘indigna’ veramente a questo punto è proprio la mancanza d’indignazione a cui il nostro Paese è tragicamente caduto. Si potrà un domani rialzare?
Raffaele B.


ILMESSAGGERO
Cassazione: «Mills favorì Berlusconi,
fu teste reticente sulle società offshore»

«Giusta la condanna inflitta in ottobre dai giudici di Milano»
Confermato risarcimento a Palazzo Chigi per danni immagine


ROMA (21 aprile) - «Il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, si incentra nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti». Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni, depositate oggi, con le quali lo scorso 25 febbraio ha dichiarato prescritto il reato di corruzione in atti giudiziari nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, negandogli però l'assoluzione.

«Mills favorì Berlusconi». Inoltre le sezioni unite penali della Cassazione - nella sentenza 15208 - spiegano che Mills, con le sue deposizioni ai processi "Arces" e "All Iberian", aveva favorito Berlusconi tacendo la riconducibilità a lui delle società del cosiddetto comparto B del gruppo Fininvest. Questo in quanto «si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all'estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Piersilvio Berlusconi».

«Razionale la sentenza della Corte d'appello». Per la Cassazione, quindi, la sentenza con la quale la Corte d'appello di Milano, lo scorso 27 ottobre, aveva confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell'avvocato inglese David Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ricevuto 600mila dollari in cambio di testimonianze reticenti in due procedimenti sul gruppo Fininvest, ha una «struttura razionale» sorretta da un «apparato argomentativo logico e coerente, esteso a tutti gli elementi offerti dal processo». Invece, i legali di Mills si sono limitati a «sollecitare la rilettura del quadro probatorio» senza dimostrare le «asserite carenze argomentative» e suggerendo una «diversa ricostruzione del fatto, non »proponibile« in sede di giudizio di legittimità.

«Giusto il risarcimento di 250mila euro a Palazzo Chigi». La Cassazione, spiegando perché ha confermato la condanna a carico di Mills a risarcire con 250mila euro Palazzo Chigi, afferma che l'avvocato inglese «con il suo comportamento configurante reato, ha cagionato alla pubblica amministrazione un danno di natura non patrimoniale» per la lesione «all'integrità della propria immagine» nei confronti della società e delle istituzioni.

L’ANTEFATTO
La Cassazione conferma: Mills fu corrotto per proteggere Berlusconi
22 aprile 2010
di Peter Gomez e Antonella Mascali
.
E adesso "restituitemi l’onorabilità calpestata": questo scriveva Silvio Berlusconi in una lettera al Corriere , il 21 ottobre del 2001, ottenendo prontamente le scuse di Massimo D’Alema. Due giorni prima i giudici della sesta sezione della Cassazione lo avevano assolto "per insufficienza probatoria" nel processo per le mazzette versate dalla Fininvest alla Guardia di Finanza. E quel verdetto era così diventato la prova del complotto. L’attuale capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, aveva chiesto una "commissione parlamentare sull’uso politico della giustizia". L’avvocato Carlo Taormina, allora sottosegretario, aveva domandato "l’arresto dei pubblici ministeri". Mentre Maurizio Gasparri, oggi capogruppo degli azzurri al Senato, con la consueta moderazione si era limitato a parlare di una sentenza che era la dimostrazione della "persecuzione giudiziaria del premier su cui bisognerà fare piena luce".
.
Oggi la luce è finalmente arrivata. Il complotto c’era, ma non era stato ordito dai magistrati di Milano. Il presidente del Consiglio quella celebre assoluzione, trasformata nel leit-motiv di tante interviste e di tante campagne elettorale, se l’era infatti conquistata a suon di mazzette. Perché davvero l’avvocato inglese David Mills, testimone chiave nel processo per le tangenti versate dal Biscione alle Fiamme Gialle, è stato corrotto con 600 mila dollari. E la sua deposizione reticente è stata decisiva per far ottenere a Berlusconi la patente di perseguitato.
.
A dirlo sono le sezioni unite della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza, depositate ieri, con cui il 25 febbraio hanno confermato la condanna di Mills al pagamento di 250 mila euro di risarcimento dei danni allo Stato e, per soli tre mesi, hanno considerato prescritto il reato da lui commesso. Nel documento si spiega come "il fulcro della reticenza di Mills...s’incentra in definitiva nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società off shore" da lui create. E come questa bugia abbia avuto delle conseguenze importanti. I giudici del dibattimento Guardia di Finanza, si legge a pagina 27 delle motivazioni, erano infatti stati costretti "a procedere in via induttiva, con la conseguenza che proprio la carenza di prova certa sul punto aveva determinato, nel processo Arces ed altri (mazzette Fininvest, ndr), l’assoluzione di Silvio Berlusconi in secondo grado e, definitivamente, in sede di giudizio di Cassazione".
.
La faccenda diventa più chiara se si va rileggere che cosa accadde. Berlusconi, allora accusato di quattro diverse tangenti alle fiamme gialle, insieme al direttore centrale dei servizi fiscali Fininvest Salvatore Sciascia (poi condannato e oggi nominato parlamentare), esce con le ossa rotte dal primo grado. In appello però c’è il primo colpo di scena.
.
Grazie alla concessione delle attenuanti generiche il Cavaliere ottiene la prescrizione per tre capi d’imputazione e viene assolto ai sensi dell’articolo 530 secondo comma (la vecchia insufficienza di prove), da un quarto. Quello che riguarda una bustarella versata da Sciascia a una pattuglia che stava indagando sulla reale proprietà di Telepiù, la prima pay tv italiana, fondata proprio da Berlusconi. Quei soldi infatti erano sì stati allungati nel 1994 perché gli investigatori chiudessero gli occhi. Ed era altrettanto certo che se l’indagine avesse dimostrato come Berlusconi, attraverso una complicata rete di società off shore e prestanome, controllava la maggioranza dell’emittente, per lui il rischio di essere sanzionato con la revoca delle concessioni di Canale 5, Italia 1, e Rete 4, sarebbe stato altissimo. Ma dopo aver ascoltato Mills ai giudici di appello era rimasto un’incertezza: la "fittizia" intestazione delle quote di Telepiù a Berlusconi per loro, non era dimostrata al 100 per cento.
.
Nella pay tv erano infatti presenti pure altre soci e quindi, almeno in via d’ipotesi, anche loro e potevano avere l’interesse a un indagine poco approfondita. Nel dubbio era così scattata l’assoluzione che, a cascata, aveva portato la Cassazione a pronunciarsi allo stesso modo sulle altre tangenti.
.
Oggi però la motivazione delle sezioni unite sul caso Mills rimette le cose a posto. E ricorda pure come il premier, solito ripetere "sono sempre stato assolto", in realtà si sia salvato grazie alla prescrizione dalla condanna per i 21 miliardi di lire versati estero su estero nel 1991 all’allora segretario del Psi, Bettino Craxi.
.
In attesa della minacciata riforma della giustizia, un bello smacco per un leader politico che ancora lo scorso 9 dicembre, davanti all’assemblea del Ppe, spiegava così la sua fin qui fortunata parabola giudiziaria: "In Italia solo una parte dei giudici sta con la sinistra, mentre i giudici soprattutto del secondo e terzo livello sono giudici veri come negli altri Paesi". Oggi i "giudici veri" si sono pronunciati. Il leader del Pdl è uno che l’ha fatta franca. Pagando, s’intende.

martedì, marzo 23, 2010

IL CAVALIERE E IL RIFIUTO DEL FACCIA A FACCIA

Il rifiuto di Berlusconi (leader del PDL) del faccia a faccia con Bersani (leader del PD) è rivelatore del tipo di 'democrazia' entro la quale siamo scivolati. Il cavaliere rifiuta anche quelli richiesti da Casini (UDC) e Di Pietro (IDV). In una democrazia vera qualsiasi giustificazione che denigra l'avversario al punto da valere il rifiuto è inaccettabile. Il Cavaliere, "non c'è nessuna possibilità di confronto - ha detto - con una sinistra che insulta, offende, deride, delegittima, calunnia.

Semplicemente sono tutte scuse patetiche che mascherano una gran paura di confrontarsi con chi non la pensa come lui. Perché è con chi la pensa diversamente che si fa il faccia a faccia non con chi ovviamente la pensa uguale. Il cavaliere preferisce confrontarsi o con chi 'controlla' oppure, meglio ancora, fare continui monologhi in comizi (senza domande scomode) a cui ci ha abituati da anni.


ItalianSpot
22 marzo 2010
RAINEWS24
Travaglio 'Rai per una notte' Berlusconi è alla frutta ha paura

In qualunque altro paese democratico, il leader che rifiuta il faccia a faccia farebbe 'scalpore' e deciderebbe per la fine elettorale del leader medesimo per scelta degli stessi cittadini. Da noi nemmeno questo triplice rifiuto sembra faccia 'rumore'. Cosa se ne può dedurre, se non che il nostro Paese sia ormai pericolosamente inclinato verso un sistema da repubblica delle banane (populistico) almeno per quanto riguarda i giornali e i media di cui gran parte sotto il controllo diretto ed indiretto del Cavaliere.

Ai cittadini (in fondo siamo europei, lo spero), credo che per la maggior parte di loro faccia 'scalpore' ed orienta il voto a prescindere dalla giustezza o meno delle posizioni del leader che rifiuta. Penso anche che faccia scalpore ad una buona parte dello stesso elettorato del centrodestra disorientandolo, come minimo! Vedremo se sarà così!
Raffaele B.

ADNKRONOS
Berlusconi: non sono un monarca.
Successione? Offensivo parlarne

ultimo aggiornamento: 23 marzo, ore 14:19
Roma - (Adnkronos/Ign) - Il presidente del Consiglio: "Il mio gradimento è al 62 per cento''. Sulle regionali: ''Campagna snaturata, il partito delle procure è entrato pesantemente in campo". Ronchi: ''Nessuno mette in discussione la sua leadership, ma il contributo di Fini è fondamentale''. Bersani: ''Ci sarà inversione di tendenza''. I vescovi dettano la linea per il voto.

Roma, 23 mar. (Adnkronos/Ign) - Il Popolo della libertà ''è un partito assolutamente democratico che assume ogni decisione non da parte di un monarca, che sarei io, come indicato da qualcuno. E' esattamente il contrario''. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervistato da Unomattina. ''All'interno del partito - ha spiegato il premier - abbiamo un forma di democrazia assoluta che abbiamo applicato in questo primo anno di lavoro''.

''C'è chi dice che il partito sia da migliorare. Tutto si può migliorare, ma io sono assolutamente contento e soddisfatto degli organi che ci siamo dati e del modo in cui hanno lavorato quest'anno'', ha aggiunto Berlusconi che oggi dalle colonne della 'Stampa' è tornato a dire di è ''offensivo'' porre il problema del futuro della leadership del Pdl ''con un leader che è in piena forma e con un indice di apprezzamento al 62 per cento''.

Sulla questione del ricambio ai vertici è intervenuto anche il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, che ha precisato: "Nessuno mette in discussione la leadership di Berlusconi, ovviamente. Dico che al Pdl - ha aggiunto però - serve il contributo fondamentale di Gianfranco Fini".

A Uno mattina il premier ha parlato anche di regionali. La campagna elettorale "si è snaturata perché il partito delle procure è entrato pesantemente in campo", ha detto. "Con gli interventi della loro magistratura - ha aggiunto il premier - la sinistra ci ha impedito di svolgere una campagna elettorale di informazione nei confronti dei cittadini".

Il "partito delle procure", ha aggiunto il presidente del Consiglio, ''ha inventato un mese e mezzo fa una nuova tangentopoli e che poi ha tentato di distruggere il miracolo che abbiamo fatto a L'Aquila dopo il terremoto, che ha gettato fango su Bertolaso e sulla Protezione Civile. Quindi è intervenuto con il rigetto delle nostre liste dando la colpa a nostri delegati, e infine con un'inchiesta risibile con le intercettazioni al presidente del Consiglio ''. ''Una campagna elettorale basata sui fatti e i progetti - ha osservato Berlusconi - sarebbe stata dannosa per loro. Nel confronto ne sarebbero usciti distrutti''.

Il presidente del Consiglio ha quindi ribadito il proprio 'no' ad un faccia a faccia con il segretario del Pd Pierluigi Bersani: "non c'è nessuna possibilità di confronto - ha detto - con una sinistra che insulta, offende, deride, delegittima, calunnia". Il premier ha anche ripetuto quanto sia importante recarsi alle urne domenica e lunedì prossimi: "Occorre andare a votare perché ogni voto non dato avvantaggia la sinistra. Ho fiducia nel buonsenso degli italiani che non si riconoscono in questa sinistra ammanettata a Di Pietro".

Dopo il voto del 28 e 29 marzo, ha affermato tra l'altro il premier, "ci potremo attendere tre anni ulteriori di governo, nei quali metteremo mano alla riforma istituzionale, alla grande modernizzazione del fisco, alla grande riforma della giustizia, e a tantissime altre cose previste dai nostri programmi".

E a proposito dell'evoluzione che il cammino delle riforme potrà avere in tema di forma di governo, Berlusconi ha spiegato che "dobbiamo rivolgerci ai cittadini e sentire da loro qual è la cosa che preferiscono, se l'elezione diretta del presidente della Repubblica o l'elezione diretta del presidente del Consiglio".

Quanto alla possibilità di un dialogo con l'opposizione sulle riforme, il presidente del Consiglio ha detto "sarebbe meglio farle con l'opposizione, se volesse dialogare, se si dimostrasse credibile". Il

LA CHIESA DA UNA MANO AL CAVALIERE E POI PRECISA

Immancabile, come spesso avviene, arriva la Chiesa con il cardinale Bagnasco a dare una mano a Berlusconi in difficoltà, entrando pesantemente nell'agone politico e consigliando i cattolici a votare per chi è contro l'aborto e per chi difende la vita. Ciò è chiaramente una intromissione di natura politica per dire sostanzialmente di non votare per la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte, le due regioni chiave della competizione elettorale.

Cosa centrano le elezioni regionali con temi di natura etica come l'aborto?! E come se all'interno di un dibattito condominiale si volessero risolvere i problemi della disoccupazione. In ambito regionale si deve parlare di infrastrutture, di sanità, di occupazione etc.

Ma il cardinale Bagnasco, invita anche a non votare per coloro che non promuovono il valore della famiglia e l'integrazione degli immigrati, il lavoro etc. Insomma il Berlusconi pluri-divorziato, delle ‘escort’ e ora guaritore del cancro proprio non va e nemmeno tutta la sua maggioranza, in particolare sulla questione degli immigrati e del lavoro, etc.

Quindi il cardinale, nella foga di avvantaggiare il centrodestra, commette una vistosa leggerezza entrando in profonda contraddizione, oppure mette la questione dell'aborto prima di tutto. Ma nell’ultimo articolo sul CORRIERE DELLA SERA i vescovi ‘frenano’ precisando il concetto che seppur contrari all’aborto esso non viene prima delle questioni sociali! Un tentativo in extremis per recuperare una credibilità della Chiesa agli occhi degli stessi cattolici a cui parla e che ragionano con la loro testa. Leggi la lettera integrale di Bagnasco.

Sulla questione poi della pedofilia e della responsabilità della Chiesa (non solo dei preti pedofili) leggi "Viaggio nel silenzio" da BISPENSIERO, ci ritorneremo a parte con un altro apposito servizio. Intanto anche qui il furbo Berlusconi (delle escort minorenni) ha colto la palla al balzo per ingraziarsi il Vaticano! Leggi 'Pedofilia: premier, solidarietà al Papa' dall'ANSA.

Che messaggio allora ricevono i cattolici che volessero seguire le indicazioni della chiesa? Un messaggio ‘contrastante’ tanto che per questi sembrerebbe che l'unica soluzione possa essere, nella migliore delle ipotesi l'astensione, quindi un irresponsabile non voto, e nella peggiore votare per i sodali di Berlusconi, personaggi che di cristianità ne hanno solo un immagine caricaturale e strumentale!

*** L'ABORTO E LA DIFESA DELLA VITA ***
Inoltre tanto per chiarire, nessuno può essere a favore dell'aborto e contro la difesa della vita. Su questo non ci possono essere equivoci. La questione invece riguarda la Legge n.194 del 22 maggio 1978 sull'aborto che, ricordiamolo, è legge del nostro Stato Italiano e che vige ormai da 32 anni.

Questa legge è stata fatta per arginare l'aborto clandestino sempre esistente da secoli in segreto e che ‘mieteva’ molte vittime tra mamme e nascituri (tra i poveri). I ricchi ricorrevano ai cosiddetti 'cucchiai d'oro' o andavano all'estero ed avevano tutta l'assistenza necessaria a suon di milioni. I poveri o coloro che non potevano permetterselo ricorrevano alle rischiose ‘mammane’ per l’assenza di mezzi sanitari. Questo è il punto. La sola esistenza della legge che vietava l'aborto non fermava questa piaga (da secoli), anzi creava una disparità fra i censi.

Dopo tanti anni si può fare un bilancio: la legge 194 in effetti ha diminuito gli aborti dell'80% e se si facesse più prevenzione ed educazione sessuale si ridurrebbe ancora.

Nel terzo mondo la situazione è ancora più grave perché non hanno come noi la 194 e perché mancano di mezzi sanitari adeguati per tutti. In più se si fa di tutto per impedire l’uso del contraccettivo sia per legge sia per i prezzi proibitivi per loro il danno è ancora maggiore.

Perché s'insiste ancora su questo tema? Invece di rendere maggiormente operativa la 194 per ridurre ulteriormente gli aborti si vuole invece cancellare la legge e ritornare inevitabilmente all'aborto clandestino del passato. Quale concetto di difesa della vita e del no all'aborto è questo?

I cattolici italiani sono contro l'aborto clandestino e lo hanno provato con l'approvazione della legge 194 la cui maggioranza è rappresentata dalle donne, i soggetti principali di questa sofferenza e quindi gli unici titolari della scelta se abortire o meno (la RU486) rientra nello stesso concetto. Le donne (cattoliche o meno) che vogliono osservare i precetti della Chiesa semplicemente non richiedono di abortire. La legge non li obbliga a farlo! La legge permette alle donne solo di scegliere, non obbliga all’aborto!

Lo Stato infine si deve limitare a fornire l’assistenza per salvare le donne. Nell’assistenza c’è anche la prevenzione e l’educazione sessuale. Non sempre però la legge 194 è applicata al 100% proprio a causa di molti operatori ‘obiettori’ che in molte aree del paese si rifiutano di fornire assistenza.
Raffaele B.

ANSA
Cei: Bonino, con legge 194 meno aborti
La candidata,me lo aspettavo ma 80% italiani l'hanno confermata

ANSA) - ROMA, 23 MAR - La Bonino si aspettava la critica della Cei, 'ad ogni elezione e' così. Ma proprio 'la legge 194 ha diminuito gli aborti', dice.'L'80% degli italiani e' contro l'aborto clandestino'.Se si facesse piu' prevenzione 'diminuirebbero ancora','le donne italiane sanno quanto sia doloroso abortire', nessuno in Italia vuole 'tornare a mammane e cucchiai d'oro'. La Bonino non si pone il problema se la Cei sposti voti:'L'80% degli italiani che ha confermato la legge immagino sia cattolico'.

IL CORRIERE DELLA SERA
No all'aborto, la precisazione dei vescovi

«Non è un valore superiore ad altri»
«La Chiesa non considera i valori della bioetica più importanti di quelli sociali»

23 marzo 2010
CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa è contro l'aborto, ma non considera i valori della bioetica più importanti di quelli sociali. È questo il cuore di un documento redatto dagli otto vescovi della Liguria in vista delle regionali, che ha come primo firmatario Angelo Bagnasco, e che è stato diffuso dalla Conferenza episcopale italiana. Le osservazioni sul «no all'aborto» contenute nel documento suonano come una precisazione rispetto a quanto affermato lunedì da Bagnasco. Il porporato aveva indicato infatti la difesa della vita, anche dal «delitto incommensurabile» dell'aborto, come un valore «non negoziabile» su cui basare le proprie scelte elettorali. Il documento dei presuli liguri parte invece da un appello alla riconciliazione degli animi, in vista dell'appuntamento delle regionali, arrivando a sostenere che il rispetto della vita umana e del matrimonio tra uomo e donna, ma anche il diritto al lavoro e alla casa, l'integrazione degli immigrati sono tutti «valori che non possono essere selezionati secondo la sensibilità personale, ma vanno assunti nella loro integralità». «A questo riguardo - si legge nel documento dei vescovi della Liguria - il criterio guida per un sapiente discernimento tra le diverse rappresentanze è l'impegno programmatico, chiaramente assunto, di assicurare il pieno rispetto di quei valori che esprimono le esigenze fondamentali della persona umana e della sua dignità, valori che sono la condizione e il fondamento di una società veramente solidale»… CONTINUA

IL CORRIERE DELLA SERA
I vescovi: «Il voto sia contro l'aborto»
22 MARZO 2010
CITTÀ DEL VATICANO - La difesa della vita umana, innanzitutto dal «delitto incommensurabile» dell'aborto in tutte le sue forme, è uno dei valori «non negoziabili» in base al quale i cattolici devono votare nelle prossime regionali. È quanto ha indicato, in sintesi, il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, aprendo i lavori del Consiglio episcopale permanente, il «parlamentino» dei vescovi italiani (leggi la prolusione integrale). La candidata del centrosinistra alle Regionali del Lazio, Emma Bonino, ha replicato che si tratta di «un evergreen. Non mi sembra ci sia nessuna novità, sono le solite cose».

VALORI NON NEGOZIABILI - I valori «non negoziabili», ha elencato l'arcivescovo di Genova, sono «la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna». Su questo fondamento, ha spiegato, «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l'accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata».

ABORTO, «ECATOMBE PROGRESSIVA» - Durissime le sue parole contro l'aborto, descritto come «un'ecatombe progressiva», che si vuole rendere «invisibile» attraverso l'uso di pillole da assumere in casa. «Che cosa ci vorrà ancora - si è chiesto il presidente della Cei - per prendere atto che senza il principio fondativo della dignità intangibile di ogni pur iniziale vita umana, ogni scivolamento diviene a portata di mano?» «In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene - ha subito proseguito - che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale». «L'evento del voto è - ha detto - un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare».

SULLA PEDOFILIA: TRASPARENZA MA NO A DISCREDITO - Il cardinal Bagnasco ha poi affrontato il tema dei recenti scandali di pedofilia. La Chiesa ha imparato da Benedetto XVI a non tacere o coprire la verità, «anche quando è dolorosa e odiosa»; «questo però non significa subire, qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzate» ha affermato il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, nella relazione di apertura del Consiglio episcopale permanente, il «parlamentino» dei vescovi italiani. Il porporato ha anche espresso al Papa la «vicinanza» dell'episcopato italiano: «quanto più, da qualche parte, si tenta di sfiorare la sua limpida e amabile persona, tanto più il popolo di Dio a lui guarda commosso e fiero».

«NON SI METTA IN DISCUSSIONE IL CELIBATO» - «Nessun caso tragico» può oscurare «la bellezza» del ministero sacerdotale, ha detto il porporato. «Nè mettere in discussione il sacro celibato che ci scalda il cuore e ispira la vita», ha aggiunto. «Non sentitevi mai guardati con diffidenza o abbandonati, e - ha detto Bagnasco rivolgendosi agli uomini di Chiesa - non scoraggiatevi; siate sereni sapendo che le nostre comunità hanno fiducia in voi e vi affiancano con lo sguardo della fede e le esigenze dell'amore evangelico». Il sacerdote - ha scandito - non è «un disagiato, nè uno scompensato, benché il clima culturale odierno non faciliti certo la crescita armonica di alcuno. Il sacerdote è un uomo che, non solo nel tempo del seminario, coltiva la propria umanità nel fuoco dell'amore di Gesù».

mercoledì, marzo 03, 2010

CAOS NEL PDL PER LE LISTE ELETTORALI

Non era mai accaduto che ad essere estromesso alle elezioni fosse nientemeno che il maggior partito (PDL) per ‘inosservanza’ delle leggi che regolano la presentazione delle liste. È successo invece questa volta per le prossime regionali: la Lombardia e per il Lazio. Vi sono altre liste minori in Piemonte che subiscono la medesima sorte.
Non resta ora che i TAR, a cui hanno fatto ricorso i candidati nella tenue speranza di essere riammessi.

Le ragioni sono principalmente due. Il numero delle firme insufficienti o la mancata consegna della lista entro il termine previsto dalla legge in modo tassativo. La lista civica della Polverini è stata riammessa ma quella della PDL con lei capolista no. Quella non è stata consegnata per fuori tempo massimo. Per quella di Formigoni in Lombardia, per insufficiente numero di firme.

La Polverini ha tentato di aizzare la piazza contro la cosiddetta ‘burocrazia’ che impedirebbe la ‘democrazia’. Dell’importanza della ‘sostanza’ rispetto alla ‘forma’, parole di Schifani, Presidente del Senato. Lo stesso La Russa, Ministro della Difesa, ha detto che saranno ‘disposti a tutto’ se non riammetteranno la lista, affermazione ‘inquietante’ per un ministro del governo. Sono arrivati ad accusare perfino i radicali di avere impedito ad Alfredo Milioni (PDL) di consegnare le liste (naturalmente fuori tempo). Era andato a mangiare un panino, dice, poi si smentisce e dice di essere ‘confuso’. Insomma è diventato egli stesso oggetto di humour e di satira feroce nella rete, vedi video di YouTube allegato.

http://www.youtube.com/watch?v=5UTq9VyuVkA
lucakiri
03 marzo 2010
Il panino delle liberta'

Insomma costoro con cariche istituzionali stanno dicendo che la ‘legge’ in questo caso ‘non deve valere’ nonostante tutto. Gente che governa e che aspira a governare ancora ‘contro’ le loro stesse leggi. Assurdo! E poi, che fine ha fatto la destra tutta legge e ordine?

La forma, nelle leggi in particolare quelle sulle elezioni, è importante perché tende ad evitare ‘manipolazioni’ delle liste. Forse è quello che è o stava accadendo veramente, altro che mangiare il panino. Troppo poco per essere una valida giustificazione.

Lo stesso Berlusconi si lamenta di come il suo partito PDL a livello locale conduce la campagna elettorale e li accusa di ‘sciatteria.

Da tutto questo emerge una ‘rivalità’ fra le due componenti del PDL e ciò non fa che ‘disturbare’ ancora di più il proprio elettorato di centrodestra.
Raffaele B.

REPUBBLICA
Formigoni per ora escluso dal voto
E a Roma anche il Pdl resta fuori
La Corte d'appello di Milano boccia il listino del governatore, nella capitale i giudici respingono la richiesta del partito del premier. Partono i ricorsi al Tar


ROMA - Maggioranza sempre più nel caos elettorale. La Corte d'appello di Roma ha bocciato il ricorso - il secondo - presentato dal Pdl dopo l'esclusione della propria lista di Roma e provincia, a causa di un ritardo nella presentazione. E da Milano arriva un'altra pessima notizia, per il centrodestra: la Corte d'appello del capoluogo lombardo non ha riammesso la lista per la Lombardia di Roberto Formigoni, respingendo il ricorso contro il precedente provvedimento di esclusione (dovuto all'irregolarità di alcune firme). Un doppio stop che hanno fatto scattare il ricorso al Tar per cercare di recuperare la situazione.
.
Le due bocciature. La più grave, da un punto di vista tecnico, è quella lombarda: al momento, senza il "suo" listino, il candidato del Pdl è escluso dalla competizione. Non può insomma essere votato. Analoga sorte per le liste a lui collegate. Ma i promotori hanno già annunciato un ulteriore ricorso, stavolta al Tar. Dal punto di vista politico, però, il caso Roma è altrettanto grave: l'esclusione del partito di maggioranza dalla capitale è una ferita difficile da sanare. Anche in questo caso, comunque, è stato annunciato il ricorso al Tar. 'Confidiamo nel Tar - dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa - Per quel poco che so di diritto amministrativo credo che il principio di conservazione prevalga su irregolarità meramente formali. Ma vi pare possibile che milioni di elettori possano essere privati del loro diritto perché il bollo è quadrato invece che tondo?". mentre Formigoni chiede che "venga fatta una verifica su tutte le liste".
.
La lista civica Polverini.
I giudici della Corte d'appello di Roma hanno riammesso invece il ricorso della lista civica regionale per il Lazio di Renata Polverini, esclusa ieri. Per un altro caso, quello del 'listino' respinto della candidata governatrice (a cui mancava la firma del vice-coordinatore del Pdl) bisognerà invece attendere almeno domani: ma tra i promotori c'è grande ottimismo. "Pronunciamento atteso - dice la Polverini - aspettavamo solo la conferma. ma adesso siamo fiduciosi che al Tar le cose andranno diversamente".
.
Milano, le ragioni dei giudici. Nel motivare la bocciatura del ricorso della lista 'Per la Lombardia' i giudici della Corte di Appello di Milano, ricordano che l'autenticazione delle sottoscrizioni delle firme "deve essere compiuta con le modalità" previste dalle normative specifiche. Queste formalità, non sarebbero state rispettate. "Queste modalità - è scritto ancora nella decisione di 5 pagine - costituiscono quindi il minimo essenziale per assicurare la certezza della provenienza della sottoscrizione dal soggetto che figura averla apposta e devono coesistere tutte". Per i giudici "la richiesta del legislatore di autenticazione delle firme dei sottoscrittori risponde all'imprescindibile necessità di verificare che la presentazione della lista corrisponda effettivamente alla volontà della quota di elettori in essa indicata".
.
Piemonte. Sono cinque le liste provinciali escluse dalle prossime elezioni regionali dalla Corte d'appello di Torino e comunque sempre per l'insufficienza di firme raccolte. In tre casi, nelle province di Asti, Cuneo e Torino, a essere messa fuori corsa è stata la lista Fiamma Tricolore Destra Sociale. Nei due restanti, nelle province di Asti e Alessandria, invece, è toccato alla lista Lega Padana Piemont. Tutte le liste escluse sostengono il candidato presidente Renzo Rabellino. Resta invece in corsa la lista di Nadia Cota, sempre a sostegno di Rabellino, che inizialmente era stata esclusa. Dal simbolo, infatti, è stata cancellata la scritta "Pdl".


ILMESSAGGERO
Berlusconi: basta sciatterie. E chiama gli avvocati
di Marco Conti
ROMA (3 marzo) - A via dell’Umiltà, sede nazionale del Pdl, si attende lo tsunami, così come i giapponesi dopo il terremoto in Cile. Silvio Berlusconi è un furia e al sindaco di Roma non l’ha mandata a dire: «Io ti ho consegnato Roma, e guarda che mi avete combinato!».
.
L’irritazione del Cavaliere investe e terremota tutta la classe dirigente del Pdl, non solo romana e laziale, che in questi mesi è riuscita «ad offuscare la mia leadership in un pasticcio che offende i miei elettori, e rischia di consegnare il Lazio alla Bonino».
.
A Gianni Alemanno il presidente del Consiglio ha negato da subito la possibilità di qualunque intervento legislativo e ieri il ministro Maroni è stato ancora più esplicito, offrendo anche la sensazione di una Lega fortemente in imbarazzo per quei «comportamenti al limite del lecito» che il ministro La Russa ha bacchettato senza mezzi termini. Gli «errori raccapriccianti» che il ministro Zaia attribuisce ai massimi vertici del partito romano e laziale rischiano di produrre effetti devastanti sulla stessa maggioranza. Particolarmente critici i leghisti che ieri si chiedevano perché votare il ddl che assegnerà 600 milioni alle casse della Capitale.
.
Comunque sia ciò che è accaduto sabato scorso dentro e fuori l’ufficio elettorale del tribunale, il Cavaliere lo ha ormai chiaro (Samuele Piccolo compreso), ma il terremoto che probabilmente investirà i massimi vertici del partito laziale (Pallone, Sammarco e Piso) è rinviato a dopo il voto e rischia di avere effetti non solo sul comune di Roma, ma anche sul gruppo della Camera visto che a via dell’Umiltà si è accumulato un forte nervosismo nei confronti di Fabrizio Cicchitto che nel Pdl romano ha più di qualche influenza. Al punto da riuscire a far entrare nel listino della Polverini il suo più stretto collaboratore e far fuori quello del ministro Scajola.
.
Superata la fase dello sconforto per una classe dirigente «fatta di burocrati e candidati», Berlusconi ieri - annullata la visita in Brasile - è passato ad elaborare una strategia di uscita chiedendo ad Ignazio Abbrignani, responsabile elettorale del Pdl da tre giorni in prima linea, un resoconto dei ricorsi e chiamando al telefono più volte l’avvocato Grazia Volo. Ottimismo e incoraggiamenti alla Polverini («vedrai ce la faremo e comunque farò campagna elettorale per te»), mentre l’arrivo in serata dell’avvocato romano ed ex ministro Cesare Previti, che a suo tempo ”lanciò” Gianni Sammarco ai vertici del Pdl, conferma la voglia del premier di mettere nero su bianco una difesa in grado di convincere i giudici del Tar.
.
«Ciò che è accaduto è un segnale che impone un rapido cambio nel partito», sosteneva ieri in Transatlantico il sottosegretario Aldo Brancher. Al complotto non crede nessuno e ieri alla Camera l’azzurra romana Beatrice Lorenzin era letteralmente assediata dai colleghi del Nord - soprattutto leghisti - che chiedevano di sapere se veramente il pasticcio è stato originato da un ritardo per ”aggiustamenti” nella lista. «No, la storia del panino non mi ha convinto molto», commenta l’onorevole ex An Viviana Beccalossi al termine della spiegazione.
.
Al nervosismo di Berlusconi si unisce quello dell’altro fondatore del Pdl, ma se l’insoddisfazione li accomuna, la terapia li divide e dentro il Pdl sono ormai in molti a chiedere a Berlusconi di sciogliere il Pdl tornando a Forza Italia.

lunedì, febbraio 01, 2010

GIUSTIZIA – L’INGANNO DEL PROCESSO BREVE

La trovata mediatica di chiamare questo disegno di legge ‘processo breve’ è già di per sé significativa dell’intendimento ‘ingannevole’ dei loro propugnatori. Far credere che si debba fare una legge per accorciare i processi perché la loro durata è troppo lunga è fin troppo ovvia per la sua retorica-mediatica causa-effetto suscettibile solo di ‘ingannare’ i più sprovveduti e i meno informati. Questi purtroppo in Italia sono tanti e per lo più s’informano esclusivamente con le TV Rai-Mediaset controllate proprio dalla parte che più vuole e propone questa legge.

Chi non vorrebbe quindi accelerare e rendere più veloci i processi? È chiaro che qui si sta giocando con la retorica al solo scopo di ‘carpire’ un consenso contro i Giudici e la Magistratura nel suo insieme. In realtà non esiste nessuna legge che possa ridurre la durata dei processi se non interviene sui fattori che ne allungano i tempi. Difatti il ddl sul cosiddetto ‘processo breve’ fissa solo dei tempi massimi definiti, oltre i quali il processo viene ‘cancellato’ a totale ‘danno’ delle ‘vittime’. Disposizione ‘sconosciuta’ in altri ordinamenti giudiziari.

Se dovessimo fare un’altra analogia più calzante del motore Ferrari nella 500, si potrebbe dire per assurdo che un treno verrebbe ‘cancellato’ se dovesse arrivare tardi alla sua destinazione (a vantaggio delle ferrovie) anziché ‘indennizzare’ i passeggeri ‘vittime’ del ritardo.

Sull’organico della magistratura, sui mezzi informatici, sui finanziamenti ed infine un’ampia semplificazione delle leggi e procedure per dotare il nostro sistema giudiziario di un livello di qualità europeo, neanche un articolo, nemmeno un euro.

Lo stesso Cavaliere ed altri eccellenti imputati di ogni colore, con i loro avvocati, hanno fatto spesso ricorso a rinvii e ricusazioni di ogni tipo che leggi e procedure eccessivamente garantiste permettono, allungando di parecchio la durata dei loro processi.

Sarebbe come se si chiedesse ai Giudici di fare presto e agli Avvocati di tirarla per le lunghe sperando di arrivare alla prescrizione del reato. Cos’è allora se non la solita legge ad personam? È non è finita! È in partenza anche un altro treno-legge del famigerato ‘
legittimo impedimento in caso non dovesse andare in porto questa per motivi costituzionali. Insomma è la solita solfa!

Nessuna meraviglia che siamo al 156esimo posto nella classifica di 181 Paesi dopo Angola, Gabon, Sao Tomè e Guinea come dichiarato dal primo presidente della Cassazione,
Vincenzo Carbone.
Raffaele B.


http://www.youtube.com/watch?v=-zMHyQwcwvA
cioccolatoevaniglia
28 gennaio 2010
L'Aquila, i parenti delle vittime contro il processo breve
No al processo breve, no a chi vuole mettere a rischio i procedimenti sui crolli del sei aprile 2009, questo il concetto espresso dai familiari delle vittime della Casa dello Studente che hanno manifestato davanti al teatro dell'Aquila dove si svolgeva la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario dell'Unione camere penali. Gli avvocati, giunti nel capoluogo abruzzese, si sono dichiarati solidali con i manifestanti e si sono uniti nel critica al processo breve.
Gli avvocati penalisti, che chiedono con urgenza una riforma della giustizia, hanno poi bollato per bocca del presidente dell'Unione Camere Penali Oreste Dominioni come politica la protesta che l'Anm ha deciso di inscenare all'apertura dell'anno giudiziario alla presenta del ministro Alfano.

NOTIZIE.VIRGILIO
Giustizia/ Corte Bologna: Processo breve,motore Ferrari in una 500
"Si sbandiera tanto il processo telematico, e mancano i computer"
30/01/2010

Tutti "sarebbero felici" se si potessero ridurre i tempi della giustizia italiana, ma poi "tra il dire e il fare... ci sono di mezzo degli ostacoli insormontabili". Per il presidente della Corte d'Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, insistere con l'idea del "processo breve" è come "mettere il motore di una Ferrari dentro ad una Cinquecento: non serve a farla viaggiare più velocemente".

Durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario a Bologna, il presidente della Corte d'appello ha elencato i "disagi" in cui sono costretti ad operare giudici e magistrati, che causano i rallentamenti della giustizia. Aumentano gli "affari civili" e rimangono ancora vacanti i posti di magistrati, prestati ad altri territori. Ma quello che più ferisce il sistema è la "mancanza di mezzi materiali": "Per dare un'idea della situazione - dice Lucentini - mi sono indotto a rivolgermi ad una Fondazione bancaria per avere dei computer, perché quelli esistenti, peraltro vecchi e mal funzionanti, non bastavano per tutti.

Sono diventato un esperto in materia di buone pratiche, ovvero nell'arte di arrangiarsi. Si sbandiera tanto il processo telematico, niente più carte, tutto con il web. E mancano i computer". "Alfano qualche settimana fa in visita alla Corte - ha aggiunto il presidente - disse che sapeva della situazione: 'non credete che se potessi vi accontenterei, anche perché si ridurrebbero gli strumenti di protesta, ma le risorse di bilancio non lo permettono'. Peccato che la politica in pubblico questa discussione non la faccia".

In un altro passaggio Lucentini si è soffermato sul disegno di legge del 'processo breve'. "Un simile istituto - ha spiegato - peraltro non conosciuto da alcun altro ordinamento europeo o di Common Low, determinerebbe, se calato nell'attuale sistema giudiziario, la perenzione d'un gran numero di processi, impedendo per l'effetto il perseguimento di quella che è la primaria finalità di ogni processo penale, ossia la verifica della fondatezza dell'ipotesi d'accusa".

In sostanza, per il presidente della Corte bolognese, "mettere il motore di una Ferrari dentro ad una Cinquecento non serve a farla viaggiare più velocemente. Tale entusiasmo mi sembra in gran parte fuori luogo". "A prescindere da talune pur buone disposizioni", non sembra proprio che la norma "possa nel complesso apportare decisivi benefici: le numerose disposizioni che riducono i tempi per il compimento di atti processuali, gioverebbero assai poco - sono solo apparenza - tenuto conto dei lunghi rinvii che i giudici, oberati da carichi di lavoro pesantissimi, sono di norma costretti a fare".

Per iniziare "occorrerebbe una riconsiderazione delle piante organiche dei magistrati e del personale amministrativo di pressoché tutti gli uffici giudiziari". Del "collasso" degli uffici ha parlato anche il neo procuratore generale di
Bologna, Emilio Ledonne: "In queste condizioni, discutere in astratto di standard di produttività è poco realistico" e non si può "nascondere" la situazione reale "con la favola dei magistrati fannulloni". "Non possiamo vivere sempre di emergenza e non possiamo aspettare gli attentati ai Palazzi di giustizia per avere l'aumento della pianta organiche dei magistrati. Si pensi subito ad un piano straordinario per la giustizia".

martedì, gennaio 12, 2010

LA FARSA ANTIRAZZISTA DI ROSARNO

Certo la manifestazione ‘antirazzista’ nel paese dove le famiglie mafiose della ‘Ndrangheta dei Pesce e dei Bellocco controllano tutto e tutti non può che essere una ‘farsa’. La cittadina aveva una necessità di rifarsi un’immagine buonista dopo i gravi fatti accaduti con la rivolta degli africani immigrati ora ‘mandati’ via altrove. Anche per il fatto che lo stesso consiglio comunale è stato commissariato per mafia.

Tant’è che si tratta solo ed esclusivamente di una manifestazione delle cosche locali e ne è la prova la vicenda inquietante degli studenti del liceo che ingenuamente volevano marciare con lo striscione intitolato “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia” a cui è stato ‘impedito’ di farlo e che però alla fine è stato loro concesso di esporre un altro striscione sull’antirazzismo dei cittadini. Lo striscione sulla mafia invece viene in ultimo “rinnegato” dalla stessa studentessa la quale afferma poi che la mafia su quei fatti non c’entra niente. Inquietante, chissà che cosa le hanno detto per farle cambiare idea così rapidamente. Il video qui sotto lo documenta in modo inequivocabile.

kobrakhan74
11 gennaio 2010
Rosarno:"C'era una volta la mafia?"

Per quanto riguarda la ragione vera dei fatti accaduti e poi sulla sorte dei tremila immigrati africani la spiegazione risiede nell’articolo di Roberto Rossi sull’Unità “GLI IMMIGRATI NON SERVONO”. Più semplicemente da quando nel 2007 l’Europa ha modificato il criterio dell’elargizione dei sussidi agricoli, non più sulla produzione ma sugli ettari coltivati. In altre parole non conviene più fare la raccolta che in base ai prezzi di mercato della frutta, costa tre centesimi in più al chilo di quanto si ottiene con l’aiuto europeo che arriva comunque anche se non si raccoglie. Questo però fino al 2013. Ma fino ad allora ‘gli schiavi’ non servono. Trattati alla stregua di ‘animali’ per anni è bastata, data la loro ingenuità, qualche ‘provocazione’ per farli ‘reagire’ con ‘rabbia’ in modo da ‘suscitare’ tanta ‘reazione’ e dai cittadini e dal Governo per mandarli via definitivamente. E così infatti è stato! Missione compiuta!

Nella manifestazione, Rosarno ha cercato di dimostrare a tutti che così non è, che i cittadini sono stati accoglienti mentre i ‘neri’ sono stati ‘ingrati’ e più importante di tutto, che la mafia non c’entra niente (forse per evitare le inchieste e il blocco dei sussidi?).

Non c’è manifestazione più ‘RAZZISTA’ e IPOCRITA di questa perché si ammanta di parole ‘antirazziste’ strumentalizzando gli ingenui (impauriti) studenti. Ecco dove siamo arrivati!
Raffaele B.

L’ANTEFATTO
Duemila persone in strada per dire “non siamo razzisti” In un paese dominato dalla criminalità organizzata.
12 gennaio 2010

Rosarno. La Calabria è una bomba pronta ad esplodere e la miccia è a Rosarno. Bisogna venire qui per toccare con mano le piaghe provocate dall’abbandono: disperazione, bisogni veri, impotenza, rabbia antica. Una miscela pericolosissima che qualcuno sta maneggiando con estrema raffinatezza. Bastava vedere la manifestazione di ieri. Duemila persone. I negozi del paese sbarrati. Un corteo silenzioso e rabbioso. Contro “lo Stato che ci ha abbandonato”, “i mass media che ci criminalizzano”. Noi che “non siamo razzisti”. Questo diceva l’unico striscione che gli organizzatori del “comitato spontaneo” hanno consentito di esporre. Severamente vietati gli altri. Lo si è capito a metà corteo quando tre ragazze-tre del locale liceo srotolano il loro. “Speriamo di poter dire c’era una volta la mafia”. Un oltraggio nel paese dei Pesce e dei Bellocco, capi di quella ’Ndrangheta che qui è padrona di tutto. Della vita dei rosarnesi e del loro futuro, delle arance che marciscono sugli alberi e del destino dei “negri”. “Chiudetelo”, impone uno degli organizzatori, “abbiamo dato direttive precise”. Le ragazze capiscono e lo arrotolano mestamente. Non c’è libertà nel paese dei signori della ‘Ndrangheta, dove il ricordo di Peppino Valarioti, consigliere comunale del Pci, ucciso la sera dell’11 giugno 1980 dalla mafia delle arance a trent’anni, è ormai sbiadito…
CONTINUA

L’UNITÀ
GLI IMMIGRATI NON SERVONO I SOLDI ARRIVANO LO STESSO
Di Roberto Rossi 12/01/2010

Nella Piana di Gioia Tauro, quella degli agrumeti, la differenza tra la vita o la morte, tra la permanenza o la fuga, per tremila immigrati africani la fanno tre centesimi di euro. È lo scarto che corre tra il costo e il ricavo nella produzione di arance e clementine. Tra quello che si spende di manodopera per la raccolta e quello che si guadagna, invece, con la trasformazione. Ed è la ragione ultima della caccia al nero, gestita e coordinata dalle famiglie mafiose locali, avvenuta per le strade e le campagne di Rosarno la scorsa settimana.

Per spiegare le origini di un linciaggio di massa bisogna partire dal lontano. Dal Lussemburgo, per la precisione, a 2000 chilometri dalla Calabria. Nel Granducato, nel giugno del 2003, la Commissione Ue decide di riformare la Politica agricola comune (o Pac). Si tratta del sistema con il quale l’Europa finanzia e aiuta il settore agricolo. È una delle politiche comunitarie più importanti, impegna il 44% del bilancio, prevede centinaia di miliardi in sussidi in tutto il continente, dei quali quasi trenta in Italia.

In questo quadro all’interno del pacchetto di «politica di sviluppo rurale per il periodo 2007-2013», l’Unione europea apporta alcune modifiche al sistema di aiuti all’agricoltura. Uno di questi è il sostegno agli agricoltori in base al numero di ettari coltivati e non in base alla produzione. In sostanza se prima si finanziavano i chili, oggi gli aiuti sono a metro quadro. La riforma entra a regime nel 2007. Nel caso di Rosarno, dove si coltivano agrumi, l’Europa concede 800-1200 euro per ogni ettaro di terreno. La differenza sta nel tipo di coltivazione. 800-1200 euro, dunque, vanno in mano all’agricoltore solo per il possesso del terreno. Non conta poi se quel terreno dà frutti. Conta l’estensione dell’appezzamento.

Fuori stagione A che servono allora gli immigrati che da oltre 20 anni stagionalmente arrivano in quelle terre? A nulla. Tanto più che produrre agrumi ora non conviene più. Se da una parte gli aiuti comunitari hanno impedito la ristrutturazione della filiera, dall’altra la frutta proveniente dal Marocco, Spagna, Brasile, ha fatto crollare il prezzo finale (a 25 centesimi). Il risultato? In Calabria per la trasformazione delle clementine i produttori prendono cinque centesimi. Per la raccolta ne spendono otto. Tre centesimi di differenza che segnano il destino degli immigrati.

«Gli africani un tempo - spiega Antonino Calogero della Flai Cgil locale - venivano tollerati anche se per pochi mesi. Poco dopo l’Epifania arrivava la solita retata della Polizia a sgomberare le baracche». Oggi, invece, non servono neanche per pochi mesi. E per questo gli sparano contro. «Lo scorso anno - dice Sergio Genco segretario regionale della Cgil - ci sono state sei persone “sparate”». Tutte africane. Due di queste in modo serio al braccio. «Li volevano cacciare per non farli tornare». E ci sono riusciti.

«Il ministro Maroni - spiega ancora Genco - porta addosso una grossa responsabilità. Con lo sgombero e la demolizione delle baracche si è piegato all’indirizzo delle cosche». Le quali stanno facendo incetta di terreni. «Produrre non conviene, il latifondo invece sì», chiosa Genco. Nella sola Piana di Gioia Tauro ci sono 29 famiglie appartenenti alle ‘ndrine. Alle quali, per rapporti di parentela, se ne collegano altre 70. In totale 100 famiglie controllano un territorio che ospita 180mila abitanti. E le famiglie possono decidere la vita o la morte di tremila braccianti africani. «Torneranno», dice Genco. Nel 2013 gli aiuti finiscono.

mercoledì, dicembre 16, 2009

ODIO E AMORE IN POLITICA, SOLO NELLE DITTATURE

Come già paventato nel precedente articolo inizia la fase della ‘criminalizzazione’ del ‘dissenso’ e delle ‘opposizioni’ con liste di proscrizione di “mandanti morali” dell’attentato, dei ‘cattivi’ che l’odiano e di ‘buoni’ che l’amano.

Stanno tentando di fare entrare queste due categorie di
ODIO e AMORE nella politica in modo ‘furbesco’ ed ‘irresponsabile’ senza tenere conto della storia del nostro Paese e del pericolo che rappresentano. Proprio l’esatto contrario di quanto chiede il Presidente della Repubblica. Vedi questo filmato.
http://www.youtube.com/watch?v=-IOdFp1Ptec
shrek0105
16 dicembre 2009
Berlusconi e l'amore
Amore e odio. Contrapposizioni e relativi ruoli assegnati da arbitri auto-proclamati, come si conviene a chi si crede un Re. Sullo sfondo un paese in difficoltà. Né amato né odiato. Ignorato.
L'amore. La contrapposizione con l'odio. La strategia comunicativa che mira ad essere individuati come i difensori del bene, che proteggono i cittadini dal male, dall'odio che caratterizza "gli altri", chiunque essi siano. un monito: SVEGLIA! SVEGLIA! SVEGLIA!!!!!!!

Come dice Marco Travaglio in YouTube ne Il più amato dagli italiani: (35minuti)
La politica e il sentimento non c’entrano niente, la politica è un fatto tecnico, per cui ti voto affinché tu faccia delle cose, ma tu non puoi chiedermi di amarti, tu puoi chiedermi di votarti, ma non mi puoi chiedere di amarti, non esiste l’amore dell’elettore per il suo eletto, esiste soltanto nelle dittature, quando appunto il populismo carismatico del capo riesce addirittura a attirare l’amore degli elettori, che non sono più neanche cittadini, sono proprio sudditi, sono un’altra cosa, sono acritici, sono pecore che adorano il capo”…
CONTINUA

Tutti i politici dovrebbero assumere questo senso di responsabilità ognuno per se e farsi carico di abbassare i toni ed evitare accuse e offese ad altri. Leggi
Da voi una campagna d'odio di Cicchitto del PDL su REPUBBLICA. Ritornare tutti ad un linguaggio 'civile' che da tempo ormai è quasi sparito nella politica italiana. Le liste di proscrizione di ‘mandanti morali’ vanno nella direzione opposta! Se si persegue tutti questa via si va verso il ‘baratro’ senza FUTURO e senza VINCITORI. La storia ce lo insegna!
Leggi
Coglioni, kapò e mentecatti“, l'amore secondo B. sul FATTO QUOTIDIANO.

È irresponsabile ‘sfruttare politicamente’ a proprio gretto vantaggio di parte, l’attentato a Berlusconi per lanciare una sorta di ‘resa dei conti’ contro l’altra metà del Paese. L’inevitabile esito sarà ‘nefasto’ per tutti. La politica deve ritrovare il suo naturale terreno di confronto civile e di critica che non possono essere i ‘sentimenti’ di odio e amore che al contrario distruggendo la capacità critica dei cittadini portano solo alla dittatura. Leggi sull’Espresso
L'odio e l'amore sono categorie politiche?
Raffaele B.

REUTERS
Berlusconi: amore vince sempre su odio, state sereni
martedì 15 dicembre 2009 14:01

ROMA (Reuters) - Ringrazia per i messaggi, invita a stare sereni e dice che "l'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio".
Sono le parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi scritte in un suo messaggio che compare sul sito del Popolo della Libertà.
"Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio", si legge nel messaggio firmato Silvio Berlusconi.

L’ANTEFATTO DE IL FATTO QUOTIDIANO
"Coglioni, kapò e mentecatti“, l'amore secondo B.
16 dicembre 2009
Dal ‘94 ad oggi l’infinita serie di insulti del premier e dei suoi
di Peter Gomez e Marco Travaglio

Il capogruppo dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ieri ha spiegato in Parlamento che dal 1994 è in corso in Italia "una campagna d’odio" contro Silvio Berlusconi. Fortunatamente il premier è intervenuto subito e dall’ospedale San Raffaele, dove è ricoverato dopo la vergognosa e ingiustificabile aggressione subita domenica sera, ha ricordato che "l’amore vince sull’odio". Lo dimostrano, tra l’altro, le centinaia di interventi suoi e di esponenti del centrodestra che negli ultimi 15 anni sono sempre stati improntati al buon senso e alla moderazione. Ecco dunque una necessariamente breve antologia delle migliori frasi di quello che potrebbe essere chiamato il Partito dell’Amore…
CONTINUA con la lista di molte frasi pronunciate da Berlusconi, da Bossi, Vittorio Sgarbi e da tre leghisti eurodeputati.

L’ESPRESSO
L'odio e l'amore sono categorie politiche?
16 Dic 2009
L'emotività e i sentimenti sono entrati di prepotenza nel dibattito di questi giorni. E' giusto che sia così? Ed è un bene o un male per la qualità del confronto e del dibattito civile?

«L'amore vince sempre sull'odio», ha fatto sapere Silvio Berlusconi via Internet dal suo letto d'ospedale. Un appello all'emotività e un riferimento alla presunta capacità del premier di diffondere "amore" contro quelle che lui e i suoi chiamano "campagne di odio". Del resto, fin dalla sua discesa in campo il premier aveva iniziato a far entrare la categoria dei sentimenti nel dibattito politico, baciando bambini, spargendo sorrisi, facendo battute e soprattutto accentrando il dibattito attorno alla sua persona anziché all'attività politica della sua parte.
Ma mai come in questi giorni la componente prerazionale sembra diventata fondante nel confronto fra destra e sinistra, e più in generale tra governo e opposizione: con gli esponenti della maggioranza che accusano tutti coloro che sono all'opposizione di "spargere odio". Ovviamente, da più parti si fa notare che chiamare "coglioni" gli elettori avversari non è il miglior modo per dare amore, così come piene di livore sono - specie con la gestione di Vittorio Feltri - le pagine del "Giornale", di proprietà del presidente del Consiglio e della sua famiglia.
Una volta si diceva che in politica non ci sono nemici ma solo avversari, cioè persone che hanno un programma diverso dal nostro contro il quale dunque ci si batte - nelle sedi istituzionali, sui giornali e in ogni altro consesso civile - per affermarne un altro. Adesso non si sa più quali siano le differenze di programma politico tra un partito e l'altro, in compenso ci si divide brutalmente tra chi ama Berlusconi e chi lo odia.
E' giusto ed è sano per la democrazia che sia così? Si può essere di centrodestra o di destra senza amare Berlusconi? E si può essere di sinistra o di centrosinistra senza odiare Berlusconi come persona, ma opponendosi al modello culturale e politico che lui ha imposto? E che cosa si può fare perché la categorie razionali in politica prevalgano su quelle emotive? Che cosa ne pensate?

REPUBBLICA
Pdl, Cicchitto a Repubblica
"Da voi una campagna d'odio"
Il capogruppo a Montecitorio replica all'editoriale di Ezio Mauro
"Attacco alla libertà di stampa? E' solo l'ennesima mistificazione"
16 dic. 09
ROMA - "Abbiamo ricordato agli italiani la campagna di odio e di disprezzo contro Berlusconi che ha innescato una serie di reazioni a catena che hanno portato al gesto di Tartaglia, alla sua esaltazione su Facebook da parte di migliaia di estremisti". Dopo aver usato l'aula di Montecitorio per puntare il dito contro
"i mandanti morali" dell'aggressione al Cavaliere, mettendo in fila Repubblica, Santoro, Travaglio e il Fatto, il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto torna ad alzare i toni. Lo fa per rispondere all'editoriale del direttore di Repubblica Ezio Mauro che, dalle colonne del quotidiani, lo ha accusato di voler creare "un clima di guerra".
Un clima che Cicchitto non accenna a voler abbandonare neanche oggi. "Capiamo come dopo quello che è accaduto c'è chi ha la coscienza sporca ed è alla ricerca di un alibi e quindi di un altro bersaglio. Nessuna intimidazione e anche nessun 'fuoco amico' ci chiuderà la bocca - dice il capogruppo - Detto tutto questo, l'evocazione dell'attacco alla libertà di stampa è l'ennesima mistificazione: una catena editoriale sviluppa contro un leader politico una forsennata campagna di stampa, ma se qualcuno osa rispondere allora la medesima catena editoriale grida all'attentato alla libertà di stampa. Sulla base di questa logica 'Repubblica' ha licenza di attacco e coloro che sono oggetto di esso dovrebbero solo accettare, riverenti, insulti e scomuniche e poi ringraziare per l'onore ricevuto". A fianco di Cicchito si schiera uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl, Denis Verdini: "Ha solo fotografato la realtà Repubblica non può tirarsi fuori". Al fianco di Repubblica e il Gruppo L'Espresso si schiera, invece, la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro: "Basta con questa campagna accusatoria".

Insomma, nonostante la delicatezza del momento i vertici del Pdl scelgono la linea dello scontro frontale. E dopo il discorso di Cicchitto a Montecitorio, criticato anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini, non arretrano di un centimetro. Mentre sullo sfondo restano, inascoltati, gli appelli alla moderazione del capo dello Stato.