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venerdì, maggio 03, 2013

LA VERITÀ SULLA PROPOSTA DEL PD AL M5S

Di seguito riporto la versione integrale dello streaming della consultazione di Bersani del PD con Crimi e Lombardi del M5S dello scorso 27 marzo 2013. Se si ascolta con attenzione tutto quello che dice Bersani al M5S si avrà la conferma che la proposta si ferma alla semplice richiesta dei loro voti per la fiducia al Senato solo per avviare il Governo. Bersani dice chiaramente, due volte, che non vuole fare un governo con il 5stelle, ma vuole solo la fiducia per fare il suo Governo. 

Cosa significa? Si chiama governo di minoranza, parte con la fiducia di qualcuno, ma sui decreti la maggioranza è variabile. quindi, ipoteticamente, se avessero portato un decreto che non piaceva al M5S ma, mettiamo, piaceva a Berlusconi, il decreto sarebbe passato con i voti del PDL. Quindi era evidente che la proposta di Bersani era una trappola. Il PD in quella fase non poteva certo chiedere direttamente al PDL i voti per la fiducia perché sarebbe stato l’inciucio alla luce del sole che Bersani diceva ogni volta di evitare.

Quando dice che al Governo la fiducia si da e si toglie se non va, dice una cosa ovvia e normale in una situazione a due blocchi contrapposti ma con tre blocchi la cosa è tanto diversa che potrebbe essere l’altro blocco a fornire i voti di fiducia che dovessero mancare. Si avrebbe in tal modo un paradosso di un Governo avviato con la fiducia di un blocco e rimarrebbe in carica con i voti dell’altro blocco.

Sarebbe potuto essere ufficialmente un Governo di minoranza PD con l’appoggio esterno del MS5 ma poteva essere all’occorrenza un Governo PD con l’appoggio esterno del PDL. Insomma un Governo PD-PDL sottobanco, di nascosto, con la copertura ignara del M5S. Una vera trappola! Ma per fortuna i ‘grillini’ benché ‘inesperti’ di politica, non ci sono cascati. Però il PD ha avuto gioco di far ‘credere’ che sia stato l’M5S a rifiutare l’accordo!


Se proprio non siamo ancora convinti di questo a toglierci tutti i dubbi è Marina Sereni del PD con questo video a Porta a Porta da Vespa lo scorso 30 Aprile 2013




Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su che cosa voleva davvero il PD dal M5S qui trova la risposta definitiva. Non c'era nessuna volontà di fare un "governo assieme". Il PD voleva una "delega in bianco" dagli eletti 5 stelle. "L'idea non era di fare un governo con il M5S, l'idea era di chiedere al M5S di consentire che nascesse un governo di centrosinistra" Marina Sereni, PD vicepresidente della Camera.

"Dichiarazioni che, a questo punto, spazzano via ogni dubbio. Il PD chiese al Movimento 5 Stelle soltanto i voti necessari alla fiducia. Nessuna proposta per un Governo insieme, nessuna proposta per un programma condiviso. Incredulo, in studio, persino il conduttore Bruno Vespa che non riesce a capacitarsi delle parole di Marina Sereni."

Con la ri-elezione del Presidente della Repubblica Napolitano, sostenuto anche dal PDL e dai Montiani come garante del cosiddetto ‘governissimo’ e subito dopo sotto la guida di Enrico Letta, il PD viene finalmente allo scoperto con un’alleanza di Governo con PDL e Montiani, il famigerato ‘inciucio’ tanto negato per non ‘tradire’ la propria base che invece poi occupa le sezioni e strappa le tessere. Il PD si lacera nelle sue componenti pro e contro l’accordo con Berlusconi e si avvia alla sua liquidazione. Ormai è chiaro anche a loro che il PD e PDL si sono retti l’un l’altro in tutti questi anni di nascosto mentre di fronte al loro elettorato ‘fingevano’ di essere avversari, così come si fa con le partite truccate.

Comunque noncurante di ciò il PD va avanti lo stesso con molte contraddizioni e senza un vero progetto di governo per il Paese e senza un limite di tempo per poi tornare alle elezioni come vuole la prassi democratica in caso di governi di emergenza e di ‘larghe intese’. Ora però possiamo dire con certezza che una fase storica si chiude definitivamente e mai sarà più come prima e il gruppo dirigente del PD lo sa come lo sa anche Berlusconi. Essi si stanno giocando l’ultima partita e per questo credo siano disposti a tutto. Staremo a vedere.

Raffaele B.

martedì, ottobre 16, 2012

IL DOPPIO GIOCHINO DI BERSANI


Bersani, in questo articolo dal quotidiano la Repubblica, ha dichiarato : «MONTI DARÀ  ANCORA CONTRIBUTO ALL'ITALIA..a quale contributo si riferisce? A quello di massacrare i pensionati e lavoratori? A quello di non toccare le pensioni d’oro e il privilegio in generale? La macelleria sociale messa in atto da Monti, ancora non soddisfa il segretario PD?
Se il PDL e l’UDC vincono rifaranno il MONTI BIS, cioè un governo come quello già in carica, lo hanno dichiarato e continuano a farlo. Mentre la probabile vittoria elettorale del PD NON allontanerà Monti dal nuovo Governo o da qualche ruolo IMPORTANTE, questo è certo da questa dichiarazione e da altre più esplicite a sostegno del MONTI BIS dai ‘montiani’ del PD quali Veltroni, Fioroni, Ceccanti, Tonini, Morando, Gentiloni, Follini, Ichino etc..E’ evidente che Il PD non può liberarsi di Monti senza spaccarsi dai ‘montiani’ quasi tutti centristi. Quindi Bersani fa il doppio giochino per accontentare sia la sinistra che NON vuole Monti che i centristi che invece lo vogliono! Poi si vedrà il pasticcio che sarà!!!

Veltroni annuncia a “Che tempo fa” di Fazio che non si ricandiderà alle prossime elezioni e che lascerà il Parlamento. Continuerà a fare ‘politica’ nel territorio e nel partito come cittadino normale, militante, non come ‘professionista politico’, cioè retribuito! Perbacco dopo 6 (dicasi sei) legislature sarebbe ora! 
Nelle democrazie più avanzate dopo solo due legislature i politici si ritirano dando spazio ai nuovi, salvo casi eccezionali. Da noi è ancora la norma rimanere oltre 5 o più legislature. Comunque è un atto eccezionale da noi tanto che è riportato nelle prime pagine dei giornali. E’ un segnale per D’Alema, Bindi e tanti altri dinosauri, sicuramente. Chissà se rinuncerà anche al vitalizio di 9.014 euro mensili. VEDREMO.


C’è da dire però che quando era sindaco di Roma, Veltroni giurò allora che dopo il suo mandato si sarebbe ritirato dalla politica per andare in Africa. Non mantenne la parola. Forse questa è la volta buona. VEDREMO ANCHE QUESTA.



ARTICOLI DI RIFERIMENTO
Bersani parte dal distributore
"Monti continui a dare contributo"
Inizia dal paese natale, Bettola - in provincia di Piacenza - il tour elettorale del segretario Pd per le primarie. Renzi: "Premier ha spento l'incendio. Ora il pompiere non serve più". E poi attacca il segretario del Pd sulle regole: "Pier Luigi non è stato di parola"
14/10/2012

BETTOLA - Nel nome del padre. Parte dal paese natale il tour elettorale di Pier Luigi Bersani per le primarie. Da Bettola, in provincia di Piacenza, dove è nato nel 1951. Dalla piazzola del distributore di benzina in cui lavorava il padre Pino e che ora è gestito dal cugino. Lo slogan è 'Il coraggio dell'Italia'. E tutto è studiato, nei dettagli, per contrapporsi al format americano di Matteo Renzi che nel frattempo fa tappa a Salerno (e torna sulla necessità di conquistare delusi del centrodestra: "Per vincere le elezioni servono i voti degli elettori di Berlusconi"). Ma entrambi i candidati non possono fare a meno di chiarire la loro posizione sull'attuale esecutivo. Il segretario del Pd, ribadisce che il prossimo governo dovrà "mandare avanti il meglio dell'esperienza" di Monti e che lo stesso attuale premier "certamente dovrà continuare a dare un contributo a questo Paese"...CONTINUA

Veltroni lascia il Parlamento
non si candiderà alle politiche
L'ex segretario del Pd annuncia che non parteciperà alle prossime elezioni. La notizia, anticipata a Repubblica, è stata ufficializzata nella trasmissione di Fazio. "Non è un cedimento alla rottamazione - dice - perché la buona politica non dipende dall'anagrafe". E spiega che comunque farà campagna "a testa bassa" per il Pd.
14/10/2012

ROMA - Walter Veltroni non ci sarà nel prossimo Parlamento. L'ex sindaco di Roma e segretario del Pd ha deciso di non candidarsi alle prossime elezioni. La notizia, anticipata in un colloquio con Repubblica, è stata ufficializzata nel programma di Fabio Fazio "Che tempo che fa". Quello di Veltroni però non sarà un addio all'attività politica, perché il leader democratico intende restare impegnato in altre forme. E cita Romano Prodi e Giuliano Amato come esempi di come questo sia possibile anche fuori dalle Camere...CONTINUA

Raffaele B.

domenica, ottobre 04, 2009

LE ISTITUZIONI E LA DEBACLE DEL PD SULLO SCUDO FISCALE

Sullo scudo fiscale si sono avute due votazioni, uno per la sua incostituzionalità e l’altra per la sua approvazione. In ambedue i casi si sono registrate ‘assenze’ significative sia nel centrodestra che nel centrosinistra.

Eppure nella votazione finale il PD più di altri dell’opposizione ha ‘sottovalutato’ questo fatto, tanto che ancora molti suoi parlamentari (22) ‘giustificati’ e ‘non’ restavano ‘
assenti’ consentendo l’approvazione per soli 20 voti della legge tanto ‘invisa’ dal momento che nel centrodestra mancavano 35 deputati più 5 del gruppo misto.

In questo video le giustificazioni di D'Alema e Morassut sulle assenze in aula al voto. Giudicate voi! Sinceramente a me come a molti del popolo della sinistra medesima sembrano ‘patetici’.


agoramagazine
03 ottobre 2009
Scudo fiscale, le giustificazioni del Pd

Cosa sta succedendo alle opposizioni ed al PD? Da questa ‘confusione’ ne esce bene solo Di Pietro dell’IDV che ‘attacca’ tutti quelli, perfino il Capo dello Stato che non hanno fatto ostacolo ‘reale’ alla legge che poteva ben essere ‘bloccata’. Invece le opposizioni hanno fatto ‘mancare’ il voto determinante e Napolitano si è affrettato subito dopo a promulgarla.

Già rinviarla alle Camere in prima istanza avrebbe avuto un grande impatto e significato, anche se doveva poi promulgarla obbligatoriamente. Ma non l’ha fatto! Perché questa fretta? Eppure il Presidente proviene dal PD! Eccesso di zelo da arbitro al di sopra delle parti? Altri Presidenti hanno fatto di più.

Come si spiega tutto questo? Secondo me, a giudicare da quanto viene riferito da vari commenti di diverso colore politico, la situazione che si è venuta a creare è ben più grave di quanto si possa ‘pensare’ e che da questa situazione il PD ed in generale tutte le opposizioni sono state colte di ‘sorpresa’.

Di fronte al voto di fiducia posto per ‘approvare’ o far ‘cadere’ il Governo, i voti ‘assenti’ del centrodestra appartenevano quasi tutti al gruppo che fa capo a Fini. Che abbia egli ‘inviato’ un segnale alle opposizioni che però non hanno ‘capito’? Che oggettivamente vi sono ‘persone’ anche a sinistra a cui fa ‘comodo’ lo scudo? Certamente, ma non può bastare! La questione è troppo grossa e richiama grande attenzione specialmente dell’elettorato di sinistra!

L’unica cosa che viene da ‘pensare’ è che le opposizioni in primis il PD non se la sono ‘sentita’ di far ‘cadere’ il Governo adesso, non sentendosi ‘pronti’ ad affrontare le ‘elezioni anticipate’ nel momento in cui Berlusconi ‘gode’ ancora di un consenso importante nel Paese.

Un rischio molto grave per la democrazia e per le istituzioni se il Cavaliere, nonostante tutto, venisse ‘rieletto’. Egli e tutta la sua ‘corte’ avrebbero questa volta ‘il potere sufficiente’ per agire contro le Istituzioni e tutti coloro che lo avversano, a cominciare proprio dal suo alleato Fini. Un pericolo troppo grave per la democrazia del nostro Paese! Speriamo solo che presto lo stesso PD lo possa ammettere!
Raffaele B.

REUTERS
Scudo fiscale, Di Pietro: Napolitano non doveva firmare
domenica 4 ottobre 2009 11:04
ROMA (Reuters) - Il capo dello Stato non avrebbe dovuto promulgare il disegno di legge di conversione delle correzioni allo scudo fiscale approvate in via definitiva due giorni fa dalla Camera, dice sul suo blog il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro.
Ieri Giorgio Napolitano, rispondendo ad alcune persone che durante una visita in Basilicata gli urlavano di non firmare il provvedimento sullo scudo fiscale, ha detto: "Non firmare non significa nulla. Nella Costituzione c'è scritto che il presidente promulga le leggi. Se non firmo oggi, il Parlamento rivota un'altra volta la stessa legge ed ... a quel punto io sono obbligato a firmare".

"Il capo dello Stato non avrebbe dovuto firmare l'amnistia fiscale, né tanto meno negarne la gravità prima di farlo... Queste sono le parole di un presidente della Repubblica che in questa legislatura ha firmato di tutto e lo ha fatto spesso entro le 24 ore", commenta Di Pietro, secondo il quale "questa porcata non andava promulgata".
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"Non è vero che 'non firmare' non significa nulla, i gesti della prima carica dello Stato hanno una forte valenza - prosegue il leader dell'Idv - per la democrazia e per l'immagine delle istituzioni. Se questo è il pensiero di chi la rappresenta oggi, mi domando allora cosa ci stia a fare Giorgio Napolitano dov'è. Se questa è la considerazione delle funzioni spettanti al suo ruolo, se firma perché 'tanto poi dovrà firmare', allora lasciamo promulgare le leggi al Parlamento e smettiamola con le pantomime".

L’UNITÀ
Scudo fiscale, ok finale della Camera sul filo
02 ottobre 2009
l via libera al decreto che contiene anche le norme sullo scudo fiscale è arrivato, per maggioranza e governo, sul filo di lana. Sono stati solo 20, infatti, i voti di scarto tra i no (250) e i sì (270). La maggioranza richiesta per l'ok al provvedimento era di 261 e i deputati del centrodestra erano solo in 9 in più del richiesto.
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Diverse le assenze nei banchi della maggioranza e dell'opposizione al momento del voto finale sul decreto correttivo del dl anti-crisi che contiene anche le misure sullo scudo fiscale. Il via libera è passato con soli 20 voti di scarto. Del Pd mancavano 22 deputati, 6 dell'Udc e 1 dell'Idv. Della maggioranza mancavano, invece, 31 parlamentari del Pdl e 4 della Lega. Cinque le assenze nel gruppo misto.
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Questo l'elenco completo degli assenti nel Pd: Ileana Argentin, Paola Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capidicasa, Enzo Carra, Lucia Codurelli, Furio Colombo, Sergio D'Antoni, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Antonio Gaglione, Dario Ginefra, Gero Grassi, Oriano Giovanelli, Antonio La Forgia, Linda Lanzillotta, Marianna Madia, Margherita Mastromauro, Giovanna Melandri, Lapo Pistelli, Massimo Pompili, Fabio Porta, Giacomo Portas. I deputati del Pd in missione erano Gianni Farina e Antonio Misiani.
Furio Colombo nel seguito della seduta ha protestato perché il suo voto non è stato conteggiato tra quelli contrari ed ha chiesto la correzione del tabulato.
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La presidenza del gruppo del Pd alla Camera prenderà «immediate sanzioni» per i deputati che erano assenti ingiustificati al momento del voto finale sul decreto con lo scudo fiscale. In relazione al voto finale,la Presidenza del gruppo Pd della Camera rende noto che la presenza dei deputati democratici è stata dell'88.43% e che «dei 216 deputati erano assenti in 22, in quanto il voto dell'onorevole Colombo, presente in aula, non è stato registrato elettronicamente, ma è stato prontamente segnalato e corretto».Undici parlamentari erano assenti per malattia e due in missione per la Camera ma «per gli assenti ingiustificati, che comunque non sarebbero stati determinanti ai fini del voto, la presidenza del gruppo prenderà immediate sanzioni». Pistelli e Lanzillotta hanno precisato di essere a Madrid su incarico del Pd.
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A dichiarare astensione è stato in particolare il repubblicano Giorgio La Malfa che ha espresso dissenso per il provvedimento dello scudo fiscale che, ha detto rivolgendosi al ministro Tremonti, «è il segno del fallimento della politica economica» che è in realtà una «politica del giorno per giorno». Per il resto il voto ha ribadito le note posizioni espresse in questi giorni con la maggioranza da una parte e tutte le opposizioni a contestare il provvedimento che ora passa alla firma del presidente della repubblica.
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Negativo il giudizio della Cgil. "E' una scelta molto grave, una vera offesa per i contribuenti onesti», ha detto il segretario nazionale Guglielmo Epifani. «E' insieme un condono e un'amnistia, con l'aggravante dell'anonimato che - secondo Epifani - insieme all'impunità per il falso in bilancio e di altri reati penalmente perseguibili, costituisce l'aspetto peggiore del provvedimento: è sbagliato premiare in questo modo chi ha infranto la legge. Grazie all'anonimato di fatto scompare il confine tra capitali leciti, anche se illegalmente esportati, e capitali illeciti tout court. La norma va in senso esattamente contrario alla lotta dall'evasione fiscale".

ILFATTOQUOTIDIANO
Camera, PD e UDC assenti salvano lo scudo di Tremonti
30 settembre 2009
Ieri il Fatto domandava: “Ma il Pd dov'è?”. Ieri, puntuale, il Pd ha risposto: siamo momentaneamente assenti. Almeno fino al congresso. Purtroppo il Parlamento non si ferma: ieri si votava la pregiudiziale di incostituzionalità dell'Italia dei valori contro scudo fiscale (tutte le opposizioni si erano associate). Risultato: presenti 485, votanti 482, astenuti 3, maggioranza 242. Contro lo scudo 215, a favore 267. Traduzione: malgrado la ressa sui banchi del governo, Pdl e Lega sarebbero andati sotto (70 assenze su 329) e lo scudo sarebbe stato bocciato. Peccato che in aiuto del centrodestra sia arrivato il soccorso “rosa”. Quasi un deputato Pd su quattro era altrove (28% di assenze, 59 su 216). Quasi al completo i dipietristi (24 su 26). Più virtuosa del Pd è stata persino l'Udc (8 assenti, 29 al voto su 37). Bastavano 27 deputati di opposizione, quindi, per seppellire il mega-condono. Domani pubblicheremo i nomi degli assenteisti salva-scudo. Ma quattro a caso ve li anticipiamo: Franceschini, Bersani e D'Alema. I veri leader.

giovedì, giugno 11, 2009

LA QUERELA BIPARTISAN CONTRO BEPPE GRILLO

Questa notizia, secondo me, sembra la più grave rispetto a quanto sta succedendo in questo momento nello scenario nazionale a partire dalla visita di Gheddafi all’insegna della teatralità più becera di un dittatore con un seguito incredibile di persone e di una guardia del corpo addetto alla sua sicurezza composta di sole donne cosiddette “amazzoni” che sono sicuro suscita molta invidia e ammirazione da parte del Cavaliere (segretamente vorrebbe essere come lui). Infine alla legge sulle intercettazioni che priverà la magistratura di un strumento formidabile di giustizia e i cittadini di essere informati.

Qui invece si tratta di Grillo interpellato dalla Commissione Affari del Senato per la proposta di legge popolare per un Parlamento Pulito che riassumo in questi punti fondamentali condivisibili:
1. Limite di due legislature per parlamentare
2. Elezione nominale del parlamentare
3. Nessun condannato in Parlamento


Grillo in Parlamento: Siete vecchi. Ci sono 20 condannati: è uno scandalo riportato dal quotidiano il Messaggero. In alternativa visionare il video sotto riportato.
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Beppe Grillo alla Commissione Affari Costituzionali, Senato
StaffGrillo
10 giugno 2009
Beppe Grillo è ascoltato alla Commissione Affari Costituzionali del Senato sulla proposta di legge popolare Parlamento Pulito.

Ora si può non essere d’accordo sul suo modo di esprimersi perché essendo un comico e non un politico gli si può benissimo concedergli la licenza tra l’altro mai disdegnata a certi politici che pure si sono espressi da “comici” in Parlamento, ma da questo a querelarlo per avere “diffamato” le donne e gli uomini è semplicemente troppo!

Posso capire le donne e gli uomini della PDL avvezzi alla “querela” per zittire chi parla contro di loro ma mai mi sarei aspettato da alcune donne e uomini del PD (Donatella Ferranti, Paola Concia, Sandra Zampa e Roberto Zaccaria) unirsi a questo “ignobile” atto contro un “cittadino” per di più con la beffa di dare mandato alla Presidente Giustizia della Camera avv. Giulia Bongiorno (noto personaggio della pattuglia berlusconiana difensore dei potenti). Si distingue invece l’IDV che non partecipa.

Al di là delle espressioni colorite, gli argomenti sono sacrosanti e lui, Grillo, chiedeva alla fine, la data ed orario precise della discussione della proposta alla Camera per potere essere presente. A questo la Commissione non è stata in grado di farlo. Per tutta risposta invece “querela” il primo firmatario per diffamazione!
Non mi sembra un buon inizio post-elettorale purtroppo per il PD che ne offusca l’identità politica e lo confonde con quella dell’avversario.
Raffaele B.

IL MESSAGGERO
Querela bipartisan contro Grillo:
«Aggressione al Parlamento, ci diffama»


ROMA (11 giugno) - Lo show di Beppe Grillo contro deputati e senatori scatena una compatta reazione bipartisan. Decine di donne parlamentari (ma anche qualche uomo) di diversi schieramenti politici hanno dato mandato al presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno di querelare il comico genovese Beppe Grillo che ieri, in una sua
audizione al Senato, aveva detto che il Parlamento è popolato da «amici, avvocati e qualche zoccola...» e fatto altre considerazioni già aspramente criticate dal presidente dell'assemblea di palazzo Madama, Renato Schifani.

Adesione trasversale. Hanno aderito all'iniziativa, tra gli altri, anche il capogruppo del Pd in commissione Giustizia Donatella Ferranti, Viviana Beccalossi (Pdl), Alessandra Mussolini (Pdl), Paola Concia (Pd), Sandra Zampa (Pd), Nunzi Di Girolamo (Pdl), Barbara Saltamartini (Pdl), Roberto Zaccaria (Pd) e Nino Lo Presti (Pdl). Nel documento, firmato da decine di deputati, si legge che nel comportamento di Beppe Grillo si ravvisa «un'aggressione all'intero Parlamento» integrando il «reato di diffamazione».

Mussolini: deputate siano audite su Grillo. «Gli epiteti con i quali Beppe Grillo ha definito i membri del Parlamento italiano la dicono lunga sul personaggio che, d'altra parte, si è caratterizzato politicamente per il “Vaffaday”»: ha detto Beatrice Lorenzin, del Pdl, sostenendo che le parole contro le donne parlamentari offendono tutte le donne. «C'è stato un attacco gravissimo a tutte noi donne elette, da parte di una persona che io considero ciarpame. Chiedo, pertanto, che ognuna di noi sia audita presso la commissione Affari costituzionali del Senato in merito ai nostri progetti di legge e al nostro impegno, dal momento che anche in campagna elettorale qualcuno ha detto che noi non contiamo niente», ha aggiunto Alessandra Mussolini (Pdl).

Senatrici Idv: non ci sentiamo chiamate in causa mentre le senatrici Idv Patrizia Bugnano e Giuliana Carlino non parteciperanno alla querela. «Nessuno ci ha contattato per farlo e comunque non abbiamo alcuna intenzione di querelare Beppe Grillo per quanto detto ieri in commissione Affari Costituzionali al Senato», hanno dichiarato Bugnano e Carlino, sottolineando che «per quanto riguarda i suoi apprezzamenti sulle parlamentari non ci sentiamo chiamate in causa e quindi non ci riteniamo offese».

giovedì, marzo 12, 2009

LE BOCCIATURE SVELANO LA FARSA DEL GOVERNO

Il Governo “boccia” la proposta dell’assegno ai disoccupati senza copertura e “boccia” pure anche l’altra proposta di Franceschini sulla tassa straordinaria ai ricchi (in particolare i politici) da devolvere ai poveri che l’UDC e la Lega appoggiano mentre curiosamente il Prc si allinea al Governo!

Il Governo si giustifica per la prima che sarebbe un “incentivo” a licenziare e per la seconda che sarebbe un “aumento” delle tasse mentre esse dovrebbero “diminuire” per facilitare la ripresa. Inizialmente la ragione del no era che non vi erano più i soldi.

Dare il sussidio ai precari che perdono il lavoro, secondo il Governo, “spingerebbe” i datori di lavoro a “licenziarli”. Una affermazione curiosa e priva di riscontro oggettivo che “spudoratamente” nega i licenziamenti (a migliaia) finora fatti senza assegno come sempre è avvenuto!

Il rifiuto di aiutare i poveri con una tassa speciale e temporanea è tacciata come “propagandistica” dal Governo che invece i soldi li dà a chi ne ha già molti e nulla a chi non ne ha. Eppure nelle ultime elezioni lavoratori e precari a milioni hanno dato il loro voto a Berlusconi.

In tutti i casi la maggioranza non entra mai nel merito per dimostrare che le proposte non sono “valide” ma semplicemente contrattacca con arroganza l’avversario politico “schernendolo” di attivarsi per “paura” di perdere le prossime elezioni.

La verità che emerge da tutto questo è che la maggioranza, il Governo e tutti i suoi uomini e donne “balbettano” e si “aggrappano” sui vetri e si “rivelano” senza maschera ai loro stessi elettori che perdono il lavoro e non hanno nulla di che vivere!

Anche se tutte le proposte di Franceschini saranno “bocciate” esse serviranno almeno a “smascherare” la farsa del Governo di fronte ai milioni di suoi elettori che cominciano ad aprire gli occhi nonostante i media TV che possiede.

Un sondaggio su
Più tasse ai ricchi finora sulla Stampa, quotidiano del Nord e dell’industria rivela al momento che sulla proposta di Franceschini i Sì (2665) 85% e i No (469) 14%. La dice lunga.
Raffaele B.


FRANCESCHINI PROPONE: una tassa "una tantum" sui redditi superiori ai 120 mila euro all'anno
ddcommunication
12 marzo 2009
ROMA - Togliere ai ricchi per dare ai poveri, per lo meno per il 2009, in attesa di una riforma organica: e' semplice e antica la proposta lanciata oggi dal segretario del Pd Dario Franceschini, che chiede una ''una tantum'' del 2% sull'Irpef per quest'anno sui redditi oltre i 120.000 euro, in modo da trovare 500 milioni da destinare alla ''poverta' estrema''. La proposta trova l'inaspettato sostegno di Umberto Bossi e di Pier Ferdinando Casini e la curiosa bocciatura del Prc, che va ad affiancarsi a quello della Pdl...



LASTAMPA
La proposta di Franceschini non piace al governo. Sacconi: «Sarebbe solo un incentivo al licenziamento»
12/3/09

ROMA - È stata bocciata la mozione del Pd per l’istituzione dell’assegno mensile per chi perde il posto di lavoro. Sia la Camera che il Senato hanno respinto, infatti, la proposta avanzata dal leader Dario Franceschini per aiutare chi diventa disoccupato e si ritrova a "reddito zero". In aula a Montecitorio, il governo ha espresso parere contrario con Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, che ha spiegato che i sussidi di disoccupazione «sarebbero certamente positivi in una economia dinamica» ma che «in una fase di questo tipo diventano oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi li propone, un incentivo al licenziamento, al rattrappimento strutturale».

Ma il leader del Pd, Franceschini, in aula alla Camera ha spiegato così la ratio della mozione: «Noi siamo consapevoli che le cose che abbiamo proposto, come l’assegno per i disoccupati, non sono risposte strutturali alla crisi. Ma sappiamo che in un momento difficile chi guida il paese deve sì pensare ad interventi trutturali, ma anche immaginare come affrontare nel frattempo l’emergenza per aiutare chi sta peggio». E ha difeso questa proposta, come quella dell’una tantum sui redditi da 120mila euro, spiegando che non si tratta di demagogia e invitando il governo «a rispondere nel merito: dite sì o no. Le coperture ci sono».

E poi ha lanciato l’affondo: «C’è una differenza di fondo tra noi e voi al di là delle singole scelte: noi pensiamo che nella crisi debbano scattare meccanismi di solidarietà nelle comunità. Voi pensate che nella crisi sia inevitabile che qualcuno soccomba e qualcuno si salvi. Noi sappiamo che il paese si salva tutto assieme o non si salva nessuno». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, ha subito replicato: «Rischio di cementificazione, disegno di riprogettazione, deriva inimmaginabile: parole grosse che fanno capire a tutti quanta paura abbia il povero Franceschini di perdere le prossime elezioni».

martedì, marzo 03, 2009

IL PD E LA SUA MEDIATICA PROPOSTA CONCRETA

La mossa di Franceschini del PD sull’assegno a chi perde il lavoro (molti non hanno alcuna copertura) sta mettendo in seria difficoltà tutto il governo ed in particolare Berlusconi. Se il Capo del Governo ed i suoi alleati credono di poter liquidare la proposta come fosse solo “mediatica” e priva di risorse finanziarie sufficienti da non dovere nemmeno discuterla, si sbagliano di grosso.

Di fronte ad una proposta così “mediaticamente” importante e concreta perché tocca le tasche di tanti lavoratori di tutte le categorie che perdono il lavoro ogni giorno, il governo e la maggioranza sono “colpiti” nel loro stesso campo mediatico e non possono tirarsi indietro senza pagarne un costo elettorale salato. Essi non possono non esserne consapevoli e per questo tendono a “liquidarla” in modo sbrigativo nella vana speranza di chiudere l’argomento subito ed impedire così che se ne parli a fondo “riducendo” al minimo la perdita di consenso.

Ma Franceschini non molla e pretende giustamente che Berlusconi esprima il suo rifiuto e voti contro la proposta in Parlamento, davanti a tutto il Paese. Sarà difficile “provare” che non ci sono le risorse per i lavoratori (c’erano per le banche, per le imprese, per il ponte di Messina, per le vecchie centrali nucleari di terza generazione, gli sprechi non ridotti nello Stato, per la enorme evasione ed elusione fiscale, etc…). Basterebbe intervenire anche parzialmente in alcuni di queste voci per finanziare la proposta. L’Europa non era mai stato un problema prima, perché lo diventa ora?

Inoltre tutti sanno che la crisi è di “domanda” vale a dire che i cittadini consumatori avendo avuto “ridotto” il loro reddito reale oltre il punto critico hanno ridotto drasticamente i loro acquisti provocando una caduta importante delle vendite che a loro volta provoca la chiusura delle imprese e così via aggravando ancora di più la situazione.

La copertura a tutti i lavoratori che perdono il lavoro va nella direzione di sostenere il reddito e quindi contrasta con il deterioramento della crisi economica mantenendo in piedi imprese che altrimenti chiuderebbero e non pagherebbero più le tasse allo Stato. Ne consegue che è una manovra importante ed obbligata, da fare quanto prima proprio per contrastare efficacemente la crisi economica che incombe pesantemente.

Basterebbero un altro paio di proposte altrettanto concrete per fare vacillare il governo che si regge ormai solo sugli annunci e sulla tv.
Raffaele B.


Franceschini: "assegno ai disoccupati" - Che tempo che fa
lomiolith
02 marzo 2009
Il segretario del Pd, Dario Franceschini, esorta il governo a misure immediate a sostegno dei redditi più bassi e assicurando l'appoggio del Pd ad un eventuale decreto legge che istituisca un assegno mensile per chi perde il lavoro. Ma chiede anche di frenare gli sprechi, a partire alla data del referendum che per Franceschini va fatta coincidere con l’election day del 7 giugno.
Silvio Berlusconi boccia l'ipotesi di un assegno di disoccupazione, il Pd non si arrende e rilancia. E il segretario Dario Franceschini spiega: i fondi per garantire chi perde il lavoro possono venire da un taglio della spesa pubblica contro gli sprechi ma soprattutto dalla lotta all'evasione fiscale che nel nostro Paese si stima intorno ai 110 miliardi.



ILMESSAGGERO
Franceschini: «Sugli aiuti ai disoccupati
il premier risponda no in Parlamento»

Cgil e Cisl favorevoli all'assegno. Epifani propone di reperire
fondi aumentando le aliquote per i redditi oltre i 150mila euro


ROMA (2 marzo) – Il segretario del Pd, Dario Franceschini, risponde a Silvio Berlusconi che
aveva bocciato la sua proposta di un assegno ai disoccupati perché troppo onerosa per lo stato e invita il premier a confermare quello che ha detto in Parlamento.«Noi quel no è come se non l'avessimo sentito. Il premier deve venire in Parlamento dire alla sua maggioranza di votare contro il provvedimento che noi proponiamo. Berlusconi non pensi di cavarsela con un no che è un no non a noi ma sbattuto in faccia alle centinaia di migliaia di persone che hanno perso il posto di lavoro». Franceschini mette in discussione la stima di un punto e mezzo di Pil fatta da Berlusconi per finanziare il sussidio dei disoccupati. «Ho l'impressione - afferma il segretario democratico - che l'abbia detto senza pensare perché altrimenti se parla di 25 miliardi vuol dire che immagina che nei prossimi mesi verranno licenziati 2,5 milioni di persone».
Alla proposta di Franceschini si erano detti favorevoli Cgil e Cisl. Epifani ha proposto di trovare i fondi non soltanto con la lotta all'evasione fiscale, ma aumentando temporaneamente le aliquote per i redditi superiori ai 150mila euro. Contraria il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.

domenica, febbraio 22, 2009

IL PD - DARIO FRANCESCHINI E SUO DISCORSO DI ROTTURA

Non si è andati alle primarie subito, la base, ad ampia maggioranza non ha voluto. Ha voluto invece eleggere Franceschini a segretario fino al congresso e le primarie di ottobre pv.

Sembrerebbe il “suicidio” che avevo paventato nel mio articolo precedente, ma a giudicare dal suo discorso di “rottura” anziché di “continuità” e dagli impegni nuovi cui s’incarica di portare a termine, si riaccende la speranza. Su questo ha già guadagnato gli strali dei Berluscones!

Come segnali forti, comincia dalla nostra Costituzione sulla quale “giurerà” come segretario del PD “marcando” simbolicamente la prima differenza con Berlusconi che invece vuole “distruggerla”.

Continua con la questione della “laicità” dello Stato che va “riaffermato” salvaguardando la libertà di scelta di tutte le persone. Chi più di un ex-dc cattolico può difendere la laicità dello Stato? Nessuno meglio di un cattolico democratico può accollarsi la responsabilità di difendere la laicità dello Stato anche se ciò può significare mettersi contro i Vescovi e il Vaticano, come la storia insegna.

Infine dichiara di “azzerare” tutti gli incarichi al centro e alla periferia (con le dimissioni di Veltroni sono tutti delegittimati) e non si farà influenzare da nessuno e che prenderà tutte le “decisioni” che lui riterrà servano al partito. Non consentirà più i “contrasti” sui media e sulla stampa ma all’interno del partito per “costruire” una posizione comune oppure a maggioranza e il partito tornerà a parlare con una “sola voce” a tutto il Paese.

Se farà tutto questo e/o sarà messo nella condizione di farlo (non lo è stato per Veltroni, ma le sue dimissione ora le permette), allora si aprirà una fase nuova e forse determinante per il PD e per il Paese nella quale "recuperare" da subito la sua funzione di “opposizione” efficace a Berlusconi ed in prospettiva a "riguadagnarsi" la fiducia di tutti quegli elettori che non vogliono consegnare l’Italia al Cavaliere e vogliono invece avviare una lunga stagione di vere riforme.
Raffaele B.

snaplinx
21 febbraio 2009
Dario Franceschini Nuovo segretario parla all'Assemblea Nazionale del PD 21/02/2009
(1 parte di 4)


Vi sono le altre 3 parti nei video correlati.

REPUBBLICA
Pd, l'Assemblea ha scelto l'orgoglio e la speranza
di EUGENIO SCALFARI
22 febbraio 2009

IL GIORNO dopo le sue dimissioni da segretario del Partito democratico tutti i giornali aprirono la prima pagina con il titolo: "Veltroni si dimette e chiede scusa". Titolo ineccepibile perché nel suo discorso di addio domandò scusa almeno tre volte, all'inizio, alla metà e ancora alla fine.

Chiese scusa e ringraziò. Prese su di sé tutta la responsabilità dell'insuccesso, anzi degli insuccessi. Aggiunse: "Non ce l'ho fatta". E questa è stata l'impressione ricevuta dai lettori, gran parte dei quali si limita a sfogliare leggendo i titoli e scorrendo velocemente i testi.

Ma chi ha letto o ascoltato quel discorso sa che c'era molto di più delle scuse e dei ringraziamenti. Non era affatto l'addio di chi ripiega la bandiera e se ne va. Era un discorso di rilancio del partito, che forniva ai successori la piattaforma politica e programmatica dalla quale ripartire. Quella già indicata al Lingotto dell'ottobre 2007, allora accolta da tutti, dentro e fuori del Pd come una forte discontinuità rispetto al passato ed una suggestiva apertura verso il futuro.

Veltroni ha spiegato dal suo punto di vista perché quell'inizio così promettente è poi andato declinando giorno dopo giorno. Lasciamo pure da parte la guerriglia che si è quasi subito scatenata contro di lui e sulla quale lui stesso ha avuto il buongusto di non insistere. C'è stato un suo errore caratteriale da lui stesso ammesso: la mediazione per tenere insieme a qualunque costo le varie anime del partito. Forse è meglio dire i vari pezzi del partito: laici e cattolici, socialisti e moderati, tolleranti e intransigenti, puri e duri e pragmatici.

Veltroni ha impiegato gran parte del suo tempo a cercare punti di sintesi che erano piuttosto cuciture fatte col filo grosso, con la conseguenza che quei vari pezzi e quelle varie ispirazioni e provenienze sono rimaste in piedi senza dar vita ad una cultura nuova e unitaria. Con un'aggravante: nel Sud le classi dirigenti locali, fatte alcune rare eccezioni, hanno un basso livello etico e politico, non sono gattopardi ma volpi e faine. In tutti i partiti e in tutti i clan. A destra, al centro e a sinistra. Con frequenti mutamenti di casacche secondo le convenienze del momento e del luogo.

Questo è stato l'errore di Veltroni, ammesso da lui stesso. Francamente non saprei trovarne un altro, ma questo è certamente di notevole rilievo. Il programma c'era ed è adeguato alle contingenze attuali. La linea politica c'era e anch'essa è tuttora adeguata. Le critiche politiche e programmatiche formulate da D'Alema nella sua importante intervista rilasciata l'altro giorno al nostro giornale ci sembrano prive di consistenza. Quella che è mancata è stata la leadership. Gli era stata data da tre milioni e mezzo di elettori alle primarie di quell'ottobre, ma lui non l'ha usata.

Le dimissioni sono giunte inaspettate ma hanno avuto un effetto dirompente: hanno coinvolto l'intero gruppo dirigente, quello che dentro e fuori dal Pd è stato battezzato l'oligarchia, cioè il governo di pochi. Dopo aver impiegato sedici mesi per tenerla unita, in un colpo solo le dimissioni del segretario l'hanno delegittimata e spazzata via tutta insieme. Fuori lui e fuori tutti. Il partito c'è ancora, la necessità di una forza politica riformista di sinistra esiste più che mai, ma il gruppo dirigente non c'è più, non ha più legittimazione.

Ci sono singoli individui apprezzabili per la loro onestà intellettuale, il loro coraggio, la loro biografia, utilizzabili in quanto individui. Come personale di governo, se e quando l'eventualità di un governo di centrosinistra si materializzasse. Ma non più come gruppo politico dirigente. Veltroni si è dimesso e ha dimissionato l'oligarchia. Non so se ne sia stato consapevole ma questo è ciò che è accaduto.
* * *
Ci hanno spiegato che il congresso su due piedi tecnicamente è impossibile, si farà ad ottobre come previsto. Ci hanno spiegato che anche le primarie immediate sono, se non impossibili, tecnicamente difficili, i candidati non avrebbero neppure il tempo di presentarsi ai loro elettori come avviene in tutte le primarie serie, specie per i candidati nuovi, cioè non provenienti dal vecchio gruppo dirigente.

Ma c'è soprattutto una ragione politica che ha sconsigliato le primarie immediate. Per almeno un mese il partito avrebbe dovuto ripiegarsi su se stesso e un altro mese sarebbe poi passato per insediare il nuovo segretario. Significa che fino a maggio il partito sarebbe di fatto stato senza una guida e quindi in piena anarchia.

Nel frattempo la vita politica e parlamentare proseguirà, sarà necessario decidere come fronteggiare la crisi economica che proprio tra marzo e maggio raggiungerà il suo culmine, quale sarà l'atteggiamento del Pd sui temi della sicurezza, della riforma della giustizia, del testamento biologico, del referendum; bisognerà designare migliaia di candidati alle elezioni amministrative e formare le liste per le elezioni europee, organizzare la campagna elettorale che culminerà nell'"election day" del 6 giugno.

Un lavoro immane, impossibile da svolgere con un partito privo di fatto di guida politica. Era pensabile una soluzione di questo genere? O si trattava di un "cupio dissolvi" verso il quale il cosiddetto popolo di sinistra poteva precipitare? Bertinotti ha ravvisato un parallelismo tra la crisi che ha già dissolto la sua sinistra e quella che si profilava nella sinistra riformista. La previsione è stata per fortuna scongiurata dai riformisti e la ragione ha prevalso su precarie emotività.

Così è avvenuto con il voto dell'assemblea che a larghissima maggioranza ha scelto la soluzione Franceschini per colmare il vuoto lasciato dalle dimissioni di Veltroni. È una scelta di continuità oppure di rottura rispetto alla fase conclusa l'altro ieri?
* * *
Il nuovo segretario proviene dall'ala cattolica del Pd, è stato fin qui il numero due del partito condividendo con Veltroni la linea politica e la gestione. Tuttavia il suo discorso all'assemblea di ieri non è stato di continuità ma di rottura. Si è impegnato ad azzerare tutti gli incarichi al centro e alla periferia. Ha preso una posizione decisamente laica sul tema scottante del testamento biologico.

Per lui questa scelta non è inconsueta: fu il promotore e il primo firmatario del documento pubblicato un anno fa, sottoscritto dalla quasi unanimità dell'ala cattolica impegnata nel Pd, che rivendicava la piena autonomia delle scelte rispetto alla precettistica della gerarchia ecclesiastica. Una linea che cominciò da De Gasperi e proseguì fino ad Aldo Moro e poi a De Mita. Del resto nessuno meglio di un cattolico democratico può accollarsi la responsabilità di difendere la laicità dello Stato, la libertà dei cittadini e la loro eguaglianza di fronte alla legge anche se sostenendo questi principi ci si discosta dalle posizioni dei Vescovi e del Vaticano.

Vedremo in che modo il nuovo segretario adempirà agli impegni presi di fronte all'assemblea che lo ha eletto. Dovrà servirsi della sua oggettiva debolezza politica per farne una forza. Se ci riuscirà avrà come premio il merito di consegnare al futuro congresso un partito che ha superato una "tempesta perfetta" senza implodere nell'anarchia e nello sconforto. Questo è il suo compito ma per svolgerlo avrà bisogno del sostegno della base, soprattutto dei nuovi dirigenti che dovrebbero emergere durante questi mesi di procellosa navigazione.
* * *
Nel frattempo Casini è uscito dal fortilizio che ha difeso finora con tenace volontà e si è lanciato in una guerra di movimento. La situazione dal suo punto di vista gli è favorevole dopo il successo in Sardegna della sua lista apparentata con Berlusconi. Il Pd è in crisi e una parte dell'ala cattolica propugna da tempo un'alleanza con l'Udc non escludendo una possibile scissione.

Ma tra il dire e il fare ci sono tuttavia molti ostacoli. Il primo sta nel fatto che Casini non ha alcun interesse a stipulare un'alleanza nazionale col Pd, che è pur sempre un partito con un seguito molto più numeroso del suo. Alleanze locali laddove siano vincenti sì, ma un patto di unità d'azione nazionale certamente no.

L'obiettivo di Casini è di fare un grande partito centrista che assembli i moderati del Pd e i liberali del Pdl. Grande rispetto all'attuale Udc che ottiene il 10 per cento nei luoghi in cui si allea con Berlusconi ma ritorna al suo 5-6 quando va da sola. L'obiettivo di Casini dovrebbe portare il suo partito di centro verso un consenso a due cifre, oltre il 10 per cento, in una forchetta da lui auspicata tra il 12 e il 15. Il modello che ha in mente è quello di Kadima, il partito israeliano fondato da Sharon e ora guidato da Tzipi Livni, che ha frantumato il Labour ed ha ottenuto alle recentissime elezioni una discreta affermazione in un quadro che registra un massiccio spostamento verso la destra e l'estrema destra dell'opinione pubblica di quel paese, con alcune punte dichiaratamente razziste.

Il quadro politico italiano non è paragonabile a quello di Israele, tuttavia il riferimento a Kadima lo fanno esplicitamente Casini e Buttiglione. Qualche ragione ci sarà. Lo schema mentale di Casini è quello d'un partito di centro cattolico, moderato e liberale che alimenti il cosiddetto regime dei due forni e cioè tre partiti sulla scacchiera, uno a destra, l'altro a sinistra un terzo al centro e quest'ultimo come ago della bilancia che decida quando e con chi di volta in volta allearsi. Non a caso questo schema, quest'ipotesi di lavoro è sostenuta da gran parte dei "media" che danno voce a interessi forti la cui moneta è rappresentata dallo scambio dei favori e dalla reciproca protezione.

Nei mesi che ci stanno alle spalle abbiamo assistito ad una campagna di delegittimazione sistematica nei confronti di Veltroni e del Pd, rei di non piegarsi a sufficienza alla connivenza con il centro e con la destra. Veltroni ha commesso un errore e l'abbiamo già indicato, ma ha resistito a quella pressione che però ha infine raggiunto l'obiettivo che perseguiva ottenendo il suo ritiro. Non è tuttavia riuscita a far implodere il Partito democratico e personalmente mi auguro che non ci riuscirà.

La politica dei due forni d'altra parte è irrealizzabile per una decisiva ragione. Essa presuppone che i due forni, cioè i due piatti della bilancia, siano solidi e di forza equivalente. Quello di destra è in realtà fortissimo, almeno fino a quando il populismo di Berlusconi farà presa sulla maggioranza degli elettori. Quello di sinistra è fragile, alla ricerca di una identità nuova che superi le storie antiche e ormai inservibili. Senza una sinistra salda non esiste l'ago della bilancia perché non esiste la bilancia. Ci sarebbe soltanto un centro aggregabile alla destra o relegato al margine della scacchiera. La sinistra scomparirebbe in una palude di sabbie mobili lasciando senza rappresentanza politica una massa di ceti sociali privi di poteri di negoziazione e inchiodati ad un rapporto perverso tra padroni e servi. Con una regressione sempre più rapida della Chiesa verso un ruolo lobbistico colluso con un governo di atei devoti.

Con l'elezione del nuovo segretario del Pd comincia l'ultimo atto di un percorso accidentato ma forse più consapevole e più partecipato. È auspicabile per la democrazia italiana che da qui si riparta con nuova lena e intatte speranze.

venerdì, febbraio 20, 2009

IL PD E LA SVOLTA DEL DOPO VELTRONI

Dopo le dimissioni di Veltroni il partito si trova ora ad affrontare i suoi “nodi irrisolti”, pena la disintegrazione di sé e di tutti gli sforzi fatti finora per costruire un grande partito capace di conquistare la maggioranza e quindi il governo del Paese per cambiarlo sul serio.

Questo processo si è interrotto prematuramente per le troppe divisioni interne che erano state nascoste e sottovalutate. Nel caso Englaro la componente cattolica-integralista (Bianchi e Binetti) impone la sua linea e non quella del PD che è laica riconosciuta anche dai cattolici non integralisti. Nel caso della identità partito e suo rinnovamento, i gruppi dirigenti sono rimasti tutti più o meno arroccati sulle loro origini avendo evitato la fusione effettiva e questo impedisce di conseguenza il rinnovamento con nuovi dirigenti.

Il partito deve scrollarsi di dosso tutta la “zavorra” che gli impedisce di decollare e di rappresentare senza tentennamenti una reale alternativa a Berlusconi e alla sua politica di disintegrazione della Repubblica.

Il partito nuovo e pluralista che il PD deve essere, non vuol dire che ognuno può decidere in ordine sparso come votare in parlamento o in commissioni su leggi che poi si applicano a tutti. In questi casi il partito decide “laicamente” con il voto la scelta da fare.

La sostituzione di Ignazio Marino (chirurgo cattolico-laico) con Bianchi (cattolica-integralista) in commissione sanità ha rappresentato un colpo di mano che ha violato la sua scelta laica, un’ennesima incoerenza. È chiaro che la componente integralista non ci può stare in un partito pluralista proprio perché l’integralismo ne è l’antitesi.

La scelta per la candidatura di persone esenti da pendenze legali non è stata portata avanti fino in fondo (vi sono ancora molti con pendenze penali). Non sono stati allontanati tutti quei dirigenti che hanno “tradito” eticamente il partito: solo Villari lo è stato, non Latorre colto con le mani nel sacco. Perché?

Solo la massima apertura democratica con le primarie subito e la elezione di un nuovo segretario che rivoluzioni l’intero gruppo dirigente potrà salvare il PD dalla sua fine prematura che ci sarà certamente se invece prevarrà la linea di “prendere tempo” ed aspettare ottobre prossimo per fare il congresso come sembra essere l’orientamento dei gruppi dirigenti attuali. Leggi su Repubblica
Franceschini verso la reggenza.

A questo punto solo la “base” potrà fare questa rivoluzione. Vedremo se ciò accadrà.
Raffaele B.

Ignazio Marino la verità sulla legge del testamento biologico di Berlusconi Anno Zero
da
ItalianSpot
12 febbraio 2009


UNITA
Sul testamento biologico Pd diviso
di ro.ro.
19 febbraio 2009

E sul testamento biologico il Pd, o quello che ne rimane, si è spaccato nuovamente. In commissione Sanità del Senato il disegno di legge Calabrò, che dovrebbe diventare il nuovo testo base per la discussione in Aula, ha ricevuto 13 sì e 6 no e tre astenuti. Tra questi il capogruppo del Pd Dorina Bianchi, Daniele Bosone (Pd) e Claudio Gustavano (Pd). La senatrice cattolica Bianchi pochi giorni fa aveva preso il posto di Ignazio Marino proprio come capogruppo Pd in Commissione Sanità. Una sostituzione già programmata da tempo ma che comunque aveva sollevato più di un malumore all’interno del partito e tra gli iscritti del Pd.

La Bianchi ha motivato la scelta dell’astensione «anche per un atto di fiducia verso la disponibilità mostrata dalla maggioranza ad accogliere gli emendamenti dell'opposizione. Ci è sembrato di cogliere nelle parole di Raffaele Calabrò – ha riferito ancora la Bianchi - la volontà di valorizzare la posizione dell'opposizione su alcuni punti. Certo, poi si vedrà al momento degli emendamenti. Siamo all'inizio, e quello di oggi non è un sì al ddl Calabrò. Ci poniamo in una posizione di dialogo senza scontri ideologici».

Di diverso avviso il senatore Marino. «Il relatore del ddl sul testamento biologico, Raffaele Calabrò, ha detto no a tutti i punti da me indicati, su cui c’è disponibilità a lavorare da parte dell’opposizione – ha detto il chirurgo - . Se questo è l'atteggiamento, ne prendiamo atto e ci daremo da fare per portare avanti un'azione di contrasto parlamentare rigorosa con tutti gli strumenti a disposizione».

«Il discorso che ho pronunciato oggi – ha spiegato ancora Marino - è stato di grande apertura e disponibilità e sono rimasto molto sorpreso dal riscontrare una totale chiusura da parte del senatore Calabrò». Tra i vari punti di lavoro indicati da Marino vi è quello che riguarda il nodo della nutrizione ed idratazione, l'inserimento di articoli sui disabili e la terapia del dolore, e «il fatto che il peso della maggioranza rende di fatto reato la disattivazione di qualsiasi atto sanitario che consenta la morte del paziente. C'è stato detto di no su tutto - conclude - ma noi non molliamo e il capogruppo dovrà prendere una decisione».

Nel pomeriggio ci sarà una riunione dei membri del Pd della commissione Sanità per valutare gli emendamenti, il cui termine per presentarli scade lunedì 23. Martedì 24 alle 14 è previsto l'ufficio di presidenza e il 5 marzo il testo dovrebbe arrivare all'aula di Palazzo Madama.

mercoledì, novembre 19, 2008

VIGILANZA RAI - GRAVE SCORRETTEZZA DI NICOLA LATORRE (PD)

Questo filmato rilasciato da "Striscia" dimostra inequivocabilmente una “grave scorrettezza” di Nicola Latorre del PD che "suggerisce" con un “pizzino” l'on. Bocchino di AN, suo avversario politico, una difesa efficace contro Donadi IDV suo alleato il 14 nov scorso ad Omnibus di La7!

Tana per Latorre e Bocchino Vs Donadi Idv, P2 Veltrusconi

Da qui si capisce che Latorre è uno di quelli che all'interno del PD era "contro" Orlando IDV, ma ovviamente non poteva dirlo "ufficialmente" e pur di perseguire il suo desiderio non esita ad "aiutare" "salvandolo", il suo avversario che stava “soccombendo” sotto la pressione delle ragioni di Donadi a sostenere il suo candidato!

Un fatto gravissimo che "rivela" che all'interno del PD, non bastava un Riccardo Villari che si fa eleggere dalla maggioranza, ma ancora "esistono" e "persistono" personaggi dediti ai doppi giochi e disposti a tutto pur di salvaguardare il loro potere politico e personale.

A nulla varranno le "spiegazioni" che Latorre giustamente ha diritto di dare come tutti coloro che vengono accusati di qualcosa perché qui vi è una prova video difficile da "smentire".

Ci aspettiamo a questo punto le "sue scuse" e la "radiazione" dal partito democratico. Una persona così non merita di considerarsi nella propria casa nel PD alla stessa stregua di Riccardo Villari. Da ora in poi fino a quando questi individui rimarranno in questo partito nonostante queste vicende rivelatrici, sarà difficile al PD "conservare" il sostegno di coloro che lo hanno sostenuto a partire dal popolo delle primarie di cui io stesso faccio parte.

Al segretario del partito Walter Veltroni l'onere di affrontare queste questioni con la dovuta fermezza e lavorare perché si faccia “pulizia” fino in fondo altrimenti sarà impossibile mantenere l’unità nel PD. Attendiamo fiduciosi.
Raffaele B.

Il video da Repubblica. Ecco il ''pizzino'' Latorre-Bocchino. Il direttore del tg di La7 Antonello Piroso mostra a Omnibus il contenuto del famoso bigliettino

REPUBBLICA
Rai, spunta il biglietto di Latorre
Consigli ad An contro Di Pietro
di MARCO BRACCONI
19 novembre 2008

ROMA - C'è il "pizzino" incriminato. C'è il testo vergato di proprio pugno da Nicola Latorre. E ora c'è una nuova, grossa grana nel partito democratico.

Nella vicenda della commissione di Vigilanza Rai di giochi, trame e "complotti" trasversali si era parlato da subito. Ma finora eravamo rimasti ai boatos di palazzo e ai sussurri dei media. Adesso invece, arriva quella striscia di carta sottile. Che sta a dimostrare che nel Partito democratico c'era qualcuno cui la soluzione Orlando prioprio non piaceva. O piaceva talmente poco da consigliare in tv, tramite appunto "pizzino", la risposta ad un parlamentare dello schieramento avversario.

I personaggi e gli interpeti. Intanto Nicola Latorre, vicecapogruppo del Pd al Senato e dalemiano di ferro. Poi il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino. E infine capogruppo dell'Italia dei Valori Massimo Donadi. La scena si svolge negli studi de La7. La trasmissione è Omnibus. Il conduttore Antonello Piroso.

Davanti alle telecamere si parla di Rai e della presidenza della Vigilanza. La soluzione sembra ancora lontana. Il dipietrista attacca quelli del Pdl. E insiste sul loro dovere istituzionale di votare un candidato dell'opposizione e scelto dall'opposizione. In questo caso, come l'Idv ripete da settimane, Leoluca Orlando.

Bocchino, davanti alla verve polemica di Donadi, sembra in difficoltà. Ed è a questo punto che scatta il "soccorso" di Latorre. Che almeno ufficialmente sostiene Orlando, ma che in quello studio tv sembra invece più preoccupato di togliere le castagne dal fuoco all'avversario di An.

E infatti. Il parlamentare del Pd prende carta e penna e manda un messaggio a Bocchino. Il cui contenuto è stato svelato oggi, mostrando anche il "reperto" originale, dallo stesso Piroso. Vi si legge: "Io non posso dirlo, ma il precedente della Corte? Pecorella?".

Insomma, Latorre consiglia a Bocchino una risposta politicamente efficace. nel caso specifico, gli suggerisce di usare il rifiuto del Pd di votare alla Consulta per Gaetano Pecorella (che era stato indicato da Berlusconi) per giustificare il suo no ad Orlando.

L'avversario ora ha un argomento per contrastare efficacemente Donadi che sponsorizza l'ex sindaco di Palermo. La cosa, evidentemente, non dispiace affatto a Latorre. Ma rischia oggi, dopo la pubblicizzazione della vicenda, con tanto di filmato tv, di scatenare una polemica rovente nel partito democratico. E logorare ulteriormente i rapporti con il nemico-alleato Antonio Di Pietro.

Un assaggio? La reazione di Donadi è furibonda: "Lo scambio del pizzino è la dimostrazione che in questo paese esiste un rapporto malato tra media, politica ed affari. Che un rappresentante dell'opposizione, mio alleato, suggerisca ad un autorevole esponente della maggioranza come attaccarmi durante un dibattito televisivo, è una rappresentazione visiva della politica del compromesso che mira solo all'esercizio del potere".

Ma anche dalle parti del Pd il caso monta. "Sono incredulo - dice Stefano Ceccanti - e ora mi attendo che Latorre smentisca tale ricostruzione che gli farebbe assumere il ruolo di suggeritore nei confronti di un esponente della maggioranza".

venerdì, maggio 16, 2008

BERLUSCONI E VELTRONI - INIZIA IL DIALOGO

IN ALCUNI AMBIENTI DELLA SINISTRA SI PARLA IN MODO "CARICATURALE" DI “GOVERNO VELTRUSCONI” DEL "DIALOGO" TRA IL CAPO DEL GOVERNO BERLUSCONI E VELTRONI “DIMOSTRANDO” DI ESSERE ANCORA "LEGATI" ALLA "VECCHIA POLITICA" DEL MURO CONTRO MURO CHE NON HA PORTATO DA NESSUNA PARTE.

LA NECESSITÀ DEL DIALOGO È DI AMBEDUE LE PARTI, LORO MALGRADO!
.
BERLUSCONI, CON LA SUA AMPIA MAGGIORANZA NON HA PIÙ "SCUSE" E SA DI "GIOCARSI" TUTTO IN CASO DI INSUCCESSO E PERCHÈ IL PAESE ATTRAVERSA UNA SITUAZIONE PARTICOLARMENTE DIFFICILE.

VELTRONI SA CHE LE RIFORME ISTITUZIONALI IMPORTANTI PER IL PAESE NON SI POSSONO CERTAMENTE FARE CON IL MURO CONTRO MURO MA CON UNA NUOVA POLITICA DI "DIALOGO" E DI "RISPETTO" DELL'AVVERSARIO POLITICO SENZA CHE CIÒ IMPLICHI ALCUN "INCIUCIO".

NATURALMENTE CIÒ È MOLTO PIÙ DIFFICILE E IMPEGNATIVO DEL SEMPLICE "RIFIUTO" CHE NON PORTA DA NESSUNA PARTE E AGGRAVEREBBE INVECE I PROBLEMI DEL PAESE.

E' UNA "VERA" SFIDA CON LA QUALE IL CAVALIERE "TENTA" DI "SCARICARE" ALCUNE RESPONSABILITÀ, E VELTRONI "TENTA" DI OTTENERE "RIFORME" ALTRIMENTI IMPOSSIBILI.

DALL'OPPOSIZIONE QUINDI SI GIOCA UGUALMENTE LA "PARTITA" MA PER IL BENE DEL PAESE E NON ALTRO.
Raffaele B.

ILSOLE24ORE
Berlusconi e Veltroni: «Subito le riforme»
di Nicoletta Cottone
16 maggio 2008


È durato 35 minuti il faccia a faccia a Palazzo Chigi tra il premier Silvio Berlusconi e il leader del Pd Walter Veltroni. Al centro dell'incontro le riforme istituzionali. «Io e Berlusconi - spiega il leader del Pd nel corso della conferenza stampa - ci siamo trovati d'accordo sulla necessità di ripartire dal pacchetto di riforme licenziato dalla commissione Affari costituzionali nella scorsa legislatura e portarlo avanti». Sulle riforme che sono «urgenze del Paese e vanno fatte insieme», si riparte dal pacchetto che prevede la «riduzione del numero dei parlamentari, una sola camera che fa le leggi, il governo ha tempi certi per l'approvazione dei decreti legge».

Dal Governo, ha detto Veltroni, mi aspetto che presenti delle proposte per far fronte alla vera emergenza, che è la condizione sociale ed economica delle famiglie italiane. «Ho ribadito a Berlusconi - sottolinea il leader del Pd - che in Italia c'è un'emergenza e si chiama condizione di vita degli italiani, dei precari, delle famiglie e dei pensionati». A chi gli chiede se in aula appoggerà il taglio del Pd risponde che sarà valutata la norma e la sua copertura, ma «se ci sono risorse, le si devono destinare per aumentare i salari, gli stipendi, le pensioni e far uscire tanti giovani dal precariato».

Nell'incontro anche un accenno alla riforma della legge elettorale per le europee. Il leader del Pd spiega di considerare giusta «l'introduzione di una soglia di sbarramento. Ma non sono d'accordo che questa soglia, come ho sentito da esponenti del centrodestra, sia del 5 per cento». Sulla vicenda Alitalia Veltroni ribadisce di considerare «un grave errore aver fatto fuggire Air France», sulla Rai, tema solo sfiorato, chiede che il nuovo Cda sia nominato con una nuova normativa, auspicando la fuoriuscita dei partiti. Il premier Silvio Berlusconi è rientrato a Palazzo Grazioli senza rilasciare dichiarazioni.

lunedì, aprile 02, 2007

IL CONGRESSO DS E LA MINORANZA

ALL'INDOMANI DEL CONGRESSO DS SULLE TRE MOZIONI CHE HA SANCITO LA VITTORIA DEL "PARTITO DEMOCRATICO" LEGGIAMO CHE LA MINORANZA "CONTRARIA" DI MUSSI NON HA NESSUNA INTENZIONE DI FARNE PARTE E PAVENTA LA CREAZIONE DI UNA NUOVA FORMAZIONE DI SINISTRA.

IL CONGRESSO È STATO RICHIESTO PROPRIO DALLA MINORANZA INSIEME AL VOTO SEGRETO. AD ESSO HANNO PARTECIPATO 250.000 ISCRITTI, 50.000 IN PIÙ DEL CONGRESSO PRECEDENTE CON UN'AMPIEZZA FORMIDABILE, HANNO DISCUSSO LE MOZIONI ED HANNO DECISO IN MODO DEMOCRATICO CON IL VOTO SEGRETO.

IL COMPORTAMENTO DELLA MINORANZA CHE COSÌ DIMOSTRA DI NON RICONOSCERE LA DECISIONE DEL CONGRESSO RISULTA INCOMPRENSIBILE E PONE ALCUNI INTERROGATIVI:

1. PERCHÈ CHIEDERE IL CONGRESSO E POI NON RICONOSCERSI NELLA SUA DECISIONE?
2. PERCHÈ DIRE CHE ...NON SI SA CHE COSA È IL PD
3. PERCHÈ DIRE CHE ...SCOMPARE LA SINISTRA
4. PERCHÉ DIRE CHE ...VIENE A MANCARE L'AGGANCIO AL SOCIALISMO EUROPEO
5. PERCHÈ DIRE CHE ...VA BENE LA MINORANZA DENTRO DS MA NON NEL PD

AL PUNTO 1. È INCOMPRENSIBILE A MENO CHE SI RIFIUTI LA DEMOCRAZIA DI PARTITO OPPURE CHE SE NE AVESSE GIÀ L'INTENZIONE DI SEPARARSI E CHE SI SIA VOLUTO PER QUESTO IL CONGRESSO, PER MISURARE LA PROPRIA FORZA PER UN USO DIVERSO. AMBEDUE I CASI SI QUALIFICANO "POCO NOBILI".

AL PUNTO 2. TUTTI SANNO CHE COSA È IL PD, ESSO È L'ULIVO CHE DIVENTA UN SOLO PARTITO DOPO 15 ANNI DI ESPERIENZA POLITICA ASSIEME, LE NUOVE GENERAZIONI CONOSCONO DI PIÙ PROPRIO L'ULIVO. QUESTO MUSSI "NON POTEVA NON SAPERLO" MA FA FINTA DI IGNORARLO PER "DRAMMATIZZARE".

AL PUNTO 3. TUTTI SANNO CHE LA SINISTRA NON SCOMPARE AFFATTO PERCHÈ ESSA È NEL CARATTERE DELLO STESSO ULIVO CHE GOVERNA E FA POLITICA NEL CAMPO DELLA SINISTRA CHE COMPRENDE PARTE DEL CENTRO FINO ALLA SINISTRA RADICALE. ESSO È RISULTATA SEMPRE VINCENTE CONTRO IL CENTRODESTRA DI BERLUSCONI, OGNI VOLTA CHE SI PRESENTA UNITO. SOTTO QUESTO PUNTO DI VISTA L'ULIVO RAPPRESENTA LA SINISTRA PERCHÈ SENZA DI ESSO, LA SINISTRA PERDE! POI QUESTA DECISIONE È STATA VOTATA DALLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEGLI ISCRITTI NON MENO DI SINISTRA DEGLI ALTRI E COSTORO CONFLUIRANNO NELLA NUOVA FORMAZIONE CON QUESTI CARATTERI POLITICI. PURE QUESTO MUSSI NON PUÒ NON SAPERLO, EPPURE "DRAMMATIZZA" ANCHE QUI.

AL PUNTO 4. LO STESSO SOCIALISMO EUROPEO SI TROVA IN FASE DI CAMBIAMENTO PER RISPONDERE PIÙ EFFICACEMENTE ALLE NUOVE SFIDE DELLA GLOBALIZZAZIONE. PER QUESTO I PARTITI SOCIALISTI EUROPEI GUARDERANNO CON PIÙ INTERESSE AL NUOVO PD CHE AD UN IMPROBABILE FORZA DI SINISTRA PRODOTTA DALLA SCISSIONE. ANCHE QUESTO NON PUÒ NON ESSERE NOTO A MUSSI CHE PERÒ CONTINUA A "DRAMMATIZZARE".

AL PUNTO 5. PERCHÈ NON FARE LA MINORANZA IN PD? L'UNICA DIFFERENZA È CHE ESSENDO IL PARTITO PIÙ GRANDE SI "CONTA" DI MENO PROPORZIONALMENTE (MENO POLTRONE) E QUINDI NON "CONVIENE" ALLA MINORANZA PER PURO INTERESSE DI BOTTEGA, MA NEMMENO QUESTO È NOBILE.

LA SCISSIONE PER CREARE UNA NUOVA FORMAZIONE, NELLA GIÀ VARIEGATA GALASSIA DI SINISTRA DOVE SI TROVANO UN CERTO NUMERO DI SOGGETTI TUTTI "ORGOGLIOSI" DELLA LORO “IDENTITÀ” E PER NIENTE INCLINI A UNIRSI IN UN UNICO SOGGETTO SIGNIFICATIVO, SI DIMOSTRERÀ UNA INUTILE FATICA ANCHE PERCHÈ ALLA FINE DOVRÀ COMUNQUE "SCENDERE A PATTI" CON IL PD PER IL GOVERNO DEL PAESE.
Raffaele B.

L’UNITÀ
D’Alema: no alle scissioni preventive
Umberto De Giovannangeli

La sfida per la pacificazione dell'Afghanistan. La scommessa del Partito Democratico. In questa intervista esclusiva a l'Unità, Massimo D'Alema si muove a tutto campo, da ministro degli Esteri a presidente dei Ds. A Silvio Berlusconi dice: "A essere variabile è lui, non certo la maggioranza". E al leader della sinistra Ds, Fabio Mussi, dice: "Quella che si sta delineando è una scissione senza pathos".

Anche dopo l'approvazione definitiva del decreto legge sul rifinanziamento delle missioni all'estero, l'Afghanistan resta al centro dell'attenzione. Giovedì scorso c'è stato un nuovo attacco, il terzo, contro una pattuglia italiana a Herat. Al di là delle polemiche interne, non pensa che l'inasprimento delle azioni armate dei Talebani, imponga un ripensamento della missione in Afghanistan?

Certamente noi siamo preoccupati per il moltiplicarsi di episodi di violenza, di guerriglia, di terrorismo in Afghanistan. In verità, questo non e' purtroppo un fatto nuovo. È del tutto strumentale da parte della destra affermare che siamo di fronte a un cambiamento di situazione sul campo. È drammatico doversi riferire ad una tragica contabilità, ma non possiamo dimenticare che nel corso della missione sette valorosi militari italiani hanno perso la vita ed un numero elevato di essi sono rimasti spesso seriamente feriti in attacchi contro il contingente italiano. Ciononostante, mai da parte di chi era allora al Governo si e' ritenuto di dover fornire non so quali equipaggiamenti speciali e men che meno di dover cambiare la natura della missione. Questo tema del mutamento delle sfide su terreno, piu' o meno repentino e addirittura riferito all'arco di pochi giorni, è stato enormemente enfatizzato per fini poco nobili. Tutti sappiamo che il vero cambiamento non riguarda la situazione in Afghanistan, ma piu' banalmente il diverso scenario dei numeri tra la Camera e il Senato. Si e' cercato di colpire il Governo al Senato dove la maggioranza è piu' ristretta, speculando cinicamente sulla situazione bellica dell'Afghanistan. Ciò posto, non si può negare che l'accresciuta iniziativa da parte dei Talebani, anche se non parlerei di un'offensiva generalizzata, incrementa i pericoli per le nostre forze armate. Noi ci siamo fatti carico di questa situazione e ci regoleremo prontamente anche sulla base delle richieste che in questi giorni farà lo stato maggiore, fornendo alle forze armate italiane i mezzi necessari per una loro piu' adeguata protezione. Al di là di questo aspetto, è tuttavia evidente che il deteriorarsi delle condizioni dell'Afghanistan, non solo nel campo della sicurezza, induce ad una piu' approfondita riflessione sulle prospettive della missione internazionale alla quale l'Italia partecipa e di cui l'aspetto militare rappresenta solo un elemento, pur importante. Mi pare che emerga l'esigenza di un forte rilancio dell'impegno a tutto campo della comunità internazionale. Sul piano militare, certamente è in corso un rafforzamento, perché arrivano nuovi contingenti; anche nella zona Ovest, di cui noi abbiamo la responsabilità, con un impegno in mezzi e uomini tra i piu' rilevanti, arriveranno rinforzi forniti da altri Paesi. La questione però non è soltanto quella di rafforzare il presidio militare. Si pone il problema di un rilancio politico, tema che noi abbiamo proposto già nella discussione in sede di Consiglio di Sicurezza del 20 marzo scorso. L'esigenza di questo cambio di passo ha trovato una prima risposta nella nuova risoluzione (n.1746) per il rinnovo della missione civile (UNAMA), che contiene diverse indicazioni interessanti. In primo luogo, essa riflette le nostre proposte di un'agenda politica internazionale in grado di impegnare maggiormente, in primo luogo, i Paesi della regione e piu' intensamente tutta la comunità internazionale a garantire il successo della difficile transizione afghana, sia sul piano politico-istituzionale che su quello della ricostruzione economica. Inoltre, la nuova risoluzione ci impegna ad assicurare pieno sostengo allo sforzo di riconciliazione nazionale con quelle forze disponibili ad abbandonare la violenza, il terrorismo e ad integrarsi in un processo democratico; un programma, vorrei ricordare, che e' stato lanciato dal Governo Karzai e che è oggi forse l'iniziativa politicamente piu' rilevante in corso in Afghanistan.

Dentro questa agenda c'è, ai primo posti per l'Italia, la Conferenza internazionale di pace. Per Berlusconi e Fini è una proposta impraticabile, velleitaria, agitata da D'Alema per tenere buona la sinistra radicale. Come intende smentirli?
Per il Dipartimento di Stato quella che abbiamo avanzato è "una proposta costruttiva, che merita di essere approfondita". Ed è ciò che in questo caso conta di piu', certo di piu' delle considerazioni strumentali. Noi abbiamo proposto in modo preciso un'iniziativa che riteniamo possa essere posta nell'agenda politica internazionale non nell'immediato, ma come un momento culminante di una serie di passaggi...

Quali?
Ne cito tre che hanno un particolare rilievo. La prima tappa sarà il vertice di fine maggio del G8 con l'Afghanistan e il Pakistan. La seconda - e si tratta di un'iniziativa italiana gia' in fase di realizzazione - la Conferenza sulla giustizia e sullo stato diritto, che promuoviamo in Italia con il governo afghano e con le Nazioni Unite: si tratta di un aspetto fondamentale nel processo di costituzione di uno Stato democratico. A seguire, la Conferenza di Islamabad sui temi dello sviluppo economico dell'intera Regione circostante l'Afghanistan. Dopo questi appuntamenti di grande rilevanza, siamo convinti che si potrebbe arrivare a una vera e propria Conferenza internazionale per la pace, che potrebbe rappresentare il momento culminante dell'agenda politica per l'Afghanistan nel corso del 2007.

L'Italia è impegnata attivamente per la liberazione di Adjmal Nashkbandi, l'interprete afghano rapito con Daniele Mastrogiacomo il 5 marzo. Se Kabul non tratta, e libera altri due Talebani, "uccideremo Adjmal", ha minacciato il mullah Dadullah.
Innanzitutto bisogna precisare che questa situazione interpella drammaticamente il governo afghano, così come e' avvenuto per le difficili scelte delle settimane scorse. Noi non avremmo certo potuto decidere in Italia quanto è stato fatto, perche' non era nelle nostre disponibilità. Per quanto ci riguarda, possiamo incoraggiare, sostenere, ma non spetta noi prendere decisioni che competono ad uno stato sovrano. Certamente ci siamo attivati, e lo stesso stiamo facendo ora anche nel chiedere al governo afghano spiegazioni sulle motivazioni dell'arresto del responsabile della vigilanza di Emergency, Rahmatullah Hanefi. Il nostro Ambasciatore a Kabul ha chiesto al governo afghano di poter visitare Ramatullah, perché, pur trattandosi di un cittadino afghano, e' indubbio che si tratta di una persona fortemente impegnata in un'iniziativa di solidarietà gestita da un'organizzazione umanitaria italiana. Allo stesso modo, abbiamo incoraggiato e salutato con favore la decisione della direzione di Repubblica di lanciare una sottoscrizione a favore della famiglia dell'autista di Mastrogiacomo barbaramente assassinato dai Talebani. Noi ci sentiamo pienamente coinvolti in questa tragica, dolorosa vicenda, nella quale vogliamo fare fino in fondo tutto ciò che è nelle nostre concrete possibilità, così come h anche sottolineato il presidente del Consiglio.

Il dibattito, e il voto, al Senato sul rifinanziamento delle missioni all'estero hanno fatto emergere "due opposizioni" e riproposto il tema della "maggioranza variabile". C'è chi la teme, chi la auspica. Per Massimo D'Alema?
Personalmente ho sempre votato per le missioni internazionali del nostro Paese, salvo l'eccezione motivata dell'Iraq, anche quando ero all'opposizione, e non mi sono mai sentito parte di una "maggioranza variabile". Io sono fermamente convinto che quello del sostegno alle missioni militari e civili dell'Italia nel mondo non sia un tema esclusivamente della maggioranza di governo. In un Paese civile è tema dell'intero arco delle forze politiche nazionali. L'anomalia semmai è il fatto che Berlusconi si è sottratto a questo dovere nazionale, per estremismo, per strumentalismo, per ragioni politicamente poco commendevoli. Dopo aver votato a favore alla Camera, si è astenuto al Senato, ma per il regolamento di Palazzo Madama cio' equivale ad un voto contrario. E' Berlusconi che è variabile, non la maggioranza; è variabile nel senso che è incostante, legato com'è ad obiettivi di natura tattica e non invece ad una coerenza di condotta politica per l'interesse nazionale. Naturalmente il problema, che è reale, è legato a due fattori. In primo luogo, al fatto che al Senato esiste una maggioranza molto ristretta anche a causa di una legge elettorale sgangherata e sciagurata, concepita apposta per rendere difficile la governabilità del Paese. In secondo luogo, perché alcuni dissidenti o obiettori, vengono meno a quello che definirei il dovere repubblicano di sostenere il Governo. Ciò naturalmente facendo salve le ragioni del dissenso, che rispetto. In Germania, dove la Spd ha governato con un solo voto di maggioranza per una intera legislatura, quando vi sono stati casi di obiezione di coscienza, chi dissentiva lo faceva pubblicamente, adducendole sue motivazioni, ma poi per disciplina sosteneva il Governo. Qui non c'entra il tema, che sento totalmente estraneo, delle maggioranze variabili. Detto questo, ritengo che l'Udc si sia comportata come un'opposizione democratica, responsabile, non diversamente da come si comportano le forze all'opposizione, di destra o di sinistra, in tutti i Paesi europei. Ma ciò che in Europa sarebbe semplicemente normale, nel contesto italiano merita un particolare encomio.

Un altro fronte caldissimo, che è stato al centro anche del vertice informale dei ministri degli Esteri della Ue qui a Brema, è quello mediorientale. Chiusura o dialogo con il nuovo governo di unità nazionale palestinese?
Ritengo che il governo di unità nazionale palestinese rappresenti indubbiamente un passo in avanti; tanto è vero che la sua formazione ha contribuito a sbloccare la situazione. Ciò per diverse ragioni. In primo luogo, ha determinato una frattura fra Hamas, o una parte di Hamas, e il fondamentalismo violento, terrorista. In secondo luogo, ha rafforzato la posizione del presidente Abu Mazen. Qui direi che avevamo ragione noi, Unione Europea, quando abbiamo incoraggiato questa soluzione, e lo abbiamo fatto - l'Italia e' stata tra i Paesi piu' attivi - anche attraverso il dialogo diretto con Abu Mazen, e anche di fronte a incertezze che vi erano nella leadership di Al-Fatah. Siamo pienamente consapevoli che nella sua piattaforma il governo di unità nazionale palestinese ha raccolto solo in parte le richieste che la comunità internazionale aveva avanzato, in particolare per quanto riguarda l'esplicito riconoscimento di Israele. Dobbiamo perciò continuare ad insistere con determinazione perché si arrivi al piu' presto ad una piena adesione ai principi che sono stati esposti dal Quartetto. Nel frattempo dobbiamo assumere nei confronti del Governo di unità nazionale un atteggiamento che dovrà tener conto di due elementi. In primo luogo, la necessità di adottare un approccio flessibile nei confronti della compagine di Governo e dei suoi singoli componenti. E' evidente che la comunità internazionale avrà rapporti con tutti quei ministri del governo palestinese che riconoscono Israele. Io stesso nei prossimi giorni riceverò Mustafa Barghuti (ministro dell'Informazione, ndr.), una personalità indipendente, che fa parte del governo, un uomo da sempre impegnato per il dialogo. E così si stanno comportando quasi tutti i Paesi europei. Anche gli Stati Uniti sembrano orientati su questa linea di pragmatismo. In secondo luogo, dobbiamo chiedere al Governo palestinese di agire con coerenza sul piano dei fatti. In particolare, dobbiamo esigere un fattivo impegno per fermare il lancio dei razzi Qassam da Gaza contro il territorio israeliano, e arrivare finalmente alla liberazione del caporale Shalit, che potrebbe rappresentare un segnale molto significativo di distensione e che potrebbe portare ad analoghi gesti generosi anche da parte israeliana, in particolare per quanto riguarda la liberazione necessaria dei parlamentari palestinesi detenuti in Israele.

E per quanto riguarda Israele?
Dobbiamo incoraggiare Israele a porre fine alle operazioni militari, che sono certamente divenute sporadiche, ma che tuttavia non si sono arrestate, nei territori palestinesi; ad estendere la tregua da Gaza alla Cisgiordania; e soprattutto ad accelerare il negoziato, il dialogo diretto, tra Abu Mazen e Olmert, che rappresenta in questo momento il fattore piu' importante di speranza. E la nostra speranza è che al piu' presto si passi da una discussione su temi importanti ma piu' immediati, come la sicurezza, e le misure volte a migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, a una discussione sui nodi aperti per quanto attiene alla definizione dello status finale. Perché è evidente che, anche per non perdere l'opportunità che deriva dal rilancio dell'iniziativa di pace araba, occorre accelerare il negoziato per definire i caratteri concreti di quella soluzione dei due Stati che ormai tutta la comunità internazionale individua come l'approdo, come la soluzione. Bisogna avere il coraggio di avviare una politica non di "gestione della crisi" ma di "soluzione della crisi". Altrimenti il tema dei due Stati rimane sospeso nell'alveo delle dichiarazioni di principio e non prende la concretezza necessaria per porre fine a questo troppo lungo e doloroso conflitto. Non bisogna perdere questa occasione: bisogna evitare che ancora una volta si avveri l'amara profezia di Abba Eban: "Il Medio Oriente, purtroppo, non si è mai perduta l'occasione per perdere l'occasione.

Dal ministro degli Esteri al presidente dei Ds. I Democratici di sinistra vanno ad un Congresso cruciale, per alcuni aspetti, drammatico. C'è davvero il rischio di una scissione?
Continuo a sperare che non accada e cercherò fino all'ultimo di evitarlo. Un partito è prima di tutto una comunità di donne e uomini che decidono di stare insieme perché condividono un'idea del Paese e un progetto di cambiamento. Davvero pensiamo che la nostra idea di cosa serve oggi all'Italia diverga a tal punto da doverci separare? Io non credo sia così. La scelta di separarsi apparirebbe come una sorta di scissione fredda, figlia più di una preconcetta volontà che non di una effettiva spinta. Noi abbiamo avuto un percorso congressuale ricco, che ha avuto un carattere democratico molto ampio. Vi hanno partecipato 250mila persone, 50mila persone in piu' dell'ultimo congresso. Si è chiesto un congresso democratico, soprattutto da parte della minoranza; si è chiesto il voto segreto, e il progetto del Partito democratico ha ricevuto il consenso, con il voto segreto, quindi senza neppure il sospetto di un condizionamento dall'alto, di oltre 200mila iscritti, che è un numero altissimo. Io penso che chi ha chiesto una discussione democratica di questa ampiezza, alla fine non potrà non tenere conto della volontà espressa con tale ampiezza, partecipazione e democraticità. Non si tratta di un progetto calato dall'alto, si tratta a questo punto della volontà di una larghissima maggioranza degli iscritti al nostro partito, che si sono pronunciati nel dibattito e nel voto nel modo piu' ampiamente democratico, e ritengo che tutto ciò meriti rispetto. Se invece l'idea era quella di andarsene comunque, non so perché si sia chiesto di discutere, di votare, e di votare col voto segreto. Insomma, sembrerebbe una linea di condotta non coerente che farebbe pensare si sia voluto il congresso non per discutere e per decidere insieme, ma soltanto per farne l'occasione per raccogliere delle forze per un'altra prospettiva. Io ho partecipato al congresso della mia sezione, innanzitutto. Ho discusso, ho ascoltato le motivazioni dei compagni che erano contrari: non c'è il clima della scissione. Non c'è. In quanti hanno obiettato sui caratteri, i contenuti, di questo nuovo partito, la scissione appare una "misura preventiva": siccome io ritengo che in questo partito non si ritroveranno i valori della sinistra, me ne vado. In tutto questo manca l'onere della prova. Non solo....

Cos'altro?
La scissione apparirebbe come un tentativo di fare una profezia che si autoavvera. E' chiaro che piu' si riduce la presenza di militanti della sinistra, piu' c'è il rischio che si riduca il peso dei valori della sinistra nel Partito democratico. Sarebbe una scissione senza pathos. Noi abbiamo vissuto il dramma dell'89: sinceramente siamo di fronte a qualcosa di cui non si riescono a capire le ragioni e non si riescono a cogliere neanche i sentimenti, se non il sentimento di distacco e di scetticismo. Ho sentito il mio amico Fabio Mussi pronunciare frasi molto enfatiche, che però non mi convincono nel merito. Vorrei discutere alcune delle sue affermazioni. Innanzitutto si dice: "Non si sa che cos'è il Partito Democratico". Il Pd è il punto d'arrivo dell'esperienza dell'Ulivo, cioè della piu' importante esperienza politica innovativa che ha segnato la storia italiana dell'ultimo quindicennio. In realtà c'è tutta una nuova generazione che non sa quali siano i partiti di cui parliamo io e Mussi, perché non li ha conosciuti, mentre sa benissimo che cosa è l'Ulivo. Si sa benissimo che cos'è il Partito democratico: è il compimento dell'esperienza politica e culturale che ha preso forma nell'Ulivo. Seconda affermazione enfatica, ma d'incerto fondamento: "Scompare la sinistra". Una frase drammatica che dà la sensazione che qui siamo di fronte ad un gioco di prestigio: puff, e la sinistra scompare... Non è così perché per la stragrande maggioranza degli italiani la forma moderna che ha assunto la sinistra in Italia, è esattamente l'Ulivo. E la novità vera è che la sinistra moderna che si è delineata in questa nuova stagione, l'Ulivo per l'appunto, si accinge ad assumere forma di partito. L'errore semmai lo compiono quelle componenti che hanno fatto parte dell'esperienza dell'Ulivo ma che in questo momento si sottraggono a questo impegno. C'è poi una terza affermazione enfatica...

Quale sarebbe?
Non può mancare in Italia una grande forza del socialismo europeo. A parte il fatto che è per circa cinquant'anni di storia repubblicana la più grande forza della sinistra non era una forza socialista, nel senso che il maggiore partito della sinistra si chiamava Partito comunista; vorrei anche dire che la scissione non produrrebbe una grande forza del socialismo europeo, semplicemente determinerebbe la presenza di un nuovo movimento di un'assai frammentata sinistra nella quale non mi pare proprio che ci sia l'idea di dare vita ad un partito socialista europeo. Il leader della principale forza di questa frammentata sinistra radicale, che è Fausto Bertinotti, alla domanda se voglia fare un partito socialista, ha risposto, del tutto legittimamente, io sono comunista... Noi abbiamo tentato di fare prima del Pds, poi dei Ds, una grande forza del socialismo europeo. E abbiamo dato vita ad una importante forza del socialismo europeo. Tuttavia ci siamo anche resi conto che i Ds non sono sufficienti ad imperniare su di sé il bipolarismo italiano, a differenza di quello che accade generalmente negli altri Paesi. Proprio per risolvere questo problema vogliamo fare il Pd, una forza che rappresenti in Italia quello che i grandi partiti socialisti rappresentano nel resto d'Europa, un grande partito di governo, riformatore, che possa aspirare a dare al Paese un asse di governo stabile, robusto. E a contribuire ad uscire dalla frammentazione di un sistema politico che genera un bipolarismo tanto rissoso quanto in difficoltà ad esprimere governi stabili e coerenti del Paese. E d'altra parte non è forse una scelta figlia della nostra storia di questi anni? Il partito dei Ds, è bene ricordarlo, è nato proprio con questi obiettivi. Ma progressivamente ci siamo resi conto che l'unica possibilità di riuscirci è di costruire questo partito insieme ai cattolici riformisti a partire dall'esperienza dell'Ulivo..

Ma le minoranze lamentano poca chiarezza sul rapporto col Pse. Il Pd vi aderirà o no?
Voglio dirlo ancora una volta con assoluta chiarezza: il Pd non sarà una terza forza tra socialisti europei e conservatori. Noi vogliamo, con il Pse ma anche con altre forze, dare vita a una nuova e più grande sinistra europea; il Pd italiano contribuirà ad un allargamento e ad un rafforzamento del campo riformista, e non lo si può certo fare senza il Pse. D'altro canto, i leader socialisti europei guardano al Partito democratico in Italia come a un loro interlocutore e non certo all'improbabile partito socialista che dovrebbe nascere da questa scissione. Trovo davvero molto piu' appassionante l'idea di partecipare alla costituente del Partito democratico per portare lì le idee, i progetti, i valori della sinistra di ispirazione socialista in Italia, in un confronto aperto con altre correnti culturali, che è esattamente quella prospettiva di incontro fra culture, di rinnovamento nella sinistra per la quale lavoriamo da oltre dieci anni. Voglio fare un ultimo appello alle compagne e ai compagni della minoranza: proviamo ancora una volta a lavorare insieme, a discutere, a confrontarci. Il PD ha bisogno delle idee e della passione di tutti. Non decidete oggi come il nuovo partito sarà domani. Partecipate alla sua costruzione, e forse tra qualche mese vi troverete in un partito che non sarà poi così diverso da come lo volete.

Pubblicato il: 01.04.07
Modificato il: 01.04.07 alle ore 14.07